Repubblica Centrafricana, il conflitto dimenticato

images (1)Saremmo dovuti partire il 5 gennaio 2013. Un mese in un piccolo villaggio vicino Bangui. A fare volontariato. Per insegnare ai bambini, sostenere le donne e fornire tutto l’aiuto possibile alla popolazione locale. Poi le sacche di rivolte civili si sono spostate dalla parte settentrionale della Repubblica Centrafricana alle zone meridionali. La Farnesina ha bloccato i voli e il nostro viaggio è stato annullato. E da allora morti, rifugiati e un’escalation di violenza senza fine.

Carta-politicaIl conflitto tra bande armate ha prodotto oltre 820.000 rifugiati: 400.000 sono scappati nei Paesi confinanti (soprattutto in Niger e Ciad) e oltre 420.000 sono sfollati. I morti sono oltre tremila. Secondo Save the children dall’inizio del conflitto ad oggi sono stati arruolati 10.000 bambini soldato: giovani ragazzi e ragazze al di sotto dei 18 anni che combattono a fianco dei Séleka e anti-balaka, impugnando fucili e armi, uccidendo: defraudati dell’infanzia, dell’adolescenza.

Tutto è iniziato il 12 dicembre 2012 con la nascita del gruppo armato Séléka – letteralmente “alleanza”, a maggioranza musulmana e costituto da ribelli provenienti dal nord-est del Paese. Il gruppo in poco tempo ha avviato una campagna militare contro l’allora Presidente François Bozizé con lo scopo di portare “la pace e la sicurezza” in un Paese devastato dai conflitti.

download (1)Nello stesso dicembre 2012, Séléka è riuscito a ottenere il controllo di numerose città per poi riprendere l’offensiva a marzo 2013, dopo aver firmato invano un cessate il fuoco con il governo a gennaio 2013. Il mese di marzo dello stesso anno è stato segnato da un evento altamente significativo, in quanto Michel Djotodia, il leader di Séléka, si è autoproclamato Capo di Stato, così da legittimare l’attività dei ribelli. Per acuire la crisi è stato fondato il gruppo Anti-balaka (letteralmente “anti-machete”, a maggioranza cristiana), nato per contrapporsi a Séléka.

Il 2014 è iniziato nel segno dell’instabilità: il 10 gennaio Djotodia si è dimesso dalla sua carica, facendo passare il Paese nelle mani di Catherine Samba-Panza. La Presidentessa, di religione cristiana, ex broker assicurativo ed ex sindaco di Bangui, è soprannominata “mother courage” grazie alla sua volontà di spegnere le fiamme della guerra civile. Poco abile tuttavia a sedare la crisi interna. Fino alla fine del settembre 2014, la crisi ha contato un numero enorme di vittime: ne sono state stimate cinque milioni, alle quali si aggiungono un milione e mezzo di sfollati. Come nota Human Rights Watch, il conflitto politico e religioso tra Séléka e Anti-balaka ha preso i connotati di una guerra civile.

images (2)Lo scorso 3 ottobre 25 vittime sono cadute negli scontri tra musulmani e Anti-balaka e l’8 ottobre manifestazioni violente da parte degli Anti-balaka hanno causato altre cinque vittime a Bangui. Il 13 ottobre sembrava regnare una calma precaria nella capitale, con una timida ripresa delle attività lavorative: in ogni caso, episodi di sciacallaggio e un aumento della prostituzione hanno contribuito a complicare la già difficile situazione.

L’UNICEF denuncia livelli di violenza verso i giovani senza precedenti e Save the Children riporta che 6000 bambini sono stati arruolati dai gruppi armati. Inoltre, sia gli Anti-balaka sia i Séléka chiedono le dimissioni della Presidentessa Samba-Panza. Di fronte alla portata della crisi, le organizzazioni internazionali hanno agito. L’ONU, che nel dicembre 2013 aveva autorizzato una missione francese (SANGARIS) e una missione di pace organizzata dall’Unione Africana (UA), nell’aprile 2014 – invocando il Capitolo VII della Carta delle Nazioni Unite – ha inviato nel paese sconvolto dalla crisi un contingente con funzioni di peace-keeping a cui partecipa anche l’Italia. A giugno dello stesso anno l’Unione Europea (UE) ha deciso di inviare la missione armata EUFOR, per ristabilire la pace, insieme alle altre organizzazioni internazionali già presenti sul campo.

2836-1La crisi affonda le sue radici profonde nella instabilità politica ed economica che ha caratterizzato la Repubblica Centrafricana dalla sua nascita. Sorta dalle rovine dell’impero coloniale francese, la Repubblica Centrafricana dipende fortemente – come notato dall’International Crisis Group (ICG)17 – dall’aiuto internazionale. Il Paese si classifica al 176esimo posto su 187 in quanto a indice di sviluppo umano; l’aspettativa di vita è di 48,8 anni. Come sostiene l’ICG, le ingenti e potenzialmente proficue risorse del paese – come oro, diamanti e avorio – sono oggetto di traffici illegali, che vedono coinvolto il governo, il quale è anche afflitto da casi di corruzione rampante e clientelismo. Il fenomeno del malgoverno è, infatti, da identificare – insieme all’instabilità economica – nelle cause remote della crisi, che sono sorte decenni fa e che il Paese non è mai riuscito a debellare.

202905764-76634e72-501d-4303-9ef5-8e77d9ad58f7Oltre all’instabilità economica e al malgoverno, la responsabilità per la crisi nella Repubblica Centrafricana è da attribuire a cause più immediate, come il conflitto religioso tra Séléka e Anti-balaka. La guerra civile ha infatti generato una profonda spaccatura tra musulmani e cristiani (che rappresentano quasi l’80 percento della popolazione) e si è trasformato in una guerra di religione, cosa mai avvenuta prima, in quanto musulmani e cristiani hanno sempre vissuto in perfetta armonia.

A Bangui lo staff di Emergency lavora ininterrottamente. Il Centro pediatrico si è trovato a gestire le crisi umanitaria. Offrendo sostegno e rifugio alla popolazione. Da aprile 2013 un team ha iniziato a lavorare al  Complexe pédiatrique – l’ospedale pediatrico pubblico, in cui i medici assistono i feriti i guerra.

Se volete partire potete inviare le vostre candidature alle ong italiane e associazioni di volontariato, o come avremmo voluto fare noi, appoggiarvi a missioni che operano sul territorio a stretto contatto con le associazioni.

Prima di partire date sempre un’occhiata al sito viaggiaresicuri.it.

Documenti. La tipologia di documento necessario per l’espatrio dipenderà dalla destinazione: in alcuni paesi è sufficiente possedere unicamente la carta d’identità valida per l’espatrio, in altri è necessario il passaporto, per altri ancora è necessario munirsi di un visto d’ingresso; è bene quindi informarsi presso gli uffici competenti (ambasciate, consolati, polizia di stato) e calcolare in anticipo i tempi necessari per sbrigare le eventuali pratiche necessarie al rilascio o al rinnovo di eventuali documenti (in caso, per esempio, di rinnovo del passaporto, i tempi previsti possono raggiungere il mese).

La patente di guida non rappresenta  un documento di riconoscimento valido nei paesi esteri; per utilizzarla come documento di guida al di fuori dell’Italia, è necessario verificarne la validità nel paese di destinazione.

Documenti sanitari. È sempre utile avere la Tessera Europea di Assicurazione Malattia (TEAM) con la quale, in caso di necessità, è possibile usufruire delle cure medicalmente necessarie (e quindi non solo urgenti). È possibile, infatti, esibendo la tessera, recarsi direttamente presso un medico o una struttura sanitaria pubblica o convenzionata per ottenere le prestazioni necessarie. L’assistenza è in forma diretta e pertanto nulla è dovuto, eccetto il pagamento di un eventuale ticket, a carico del cittadino. La TEAM ha validità cinque anni, eccetto diversa indicazione da parte della Regione o della ASL di appartenenza. In prossimità della scadenza, l’Agenzia delle entrate provvede automaticamente ad inviare la nuova tessera.

Vaccinazioni. In numerosi paesi è richiesto il carnet di vaccinazione internazionale e le vaccinazioni per diverse malattie. Le vaccinazioni, in base al paese, possono essere consigliate oppure obbligatorie. In questo case è necessario informarsi sul centro vaccinazioni attivo nella propria regione.

Informazioni sul paese di destinazione. Prima di scegliere il paese di destinazione è importante raccogliere informazioni soprattutto sulla situazione politica del paese che si vuole visitare. Qualora si decidesse di visitare zone a rischio, è bene informare preventivamente il Ministero degli Esteri, indicando l’itinerario di viaggio scelto; è possibile fare ciò direttamente sul sito http://www.dovesiamonelmondo.it curato dal Ministero degli Esteri stesso. È importante, inoltre, informarsi in merito alle abitudini e agli stili di vita propri del popolo che si sta visitando che potrebbero risultare diverse dalle proprie e per questo mal interpretate. È, infine, utile valutare la situazione climatica del paese in cui si desidera viaggiare, in modo da evitare spiacevoli imprevisti dovuti, per esempio, alla stagione delle piogge o ad altri eventi climatici potenzialmente pericolosi.

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