On the road alla scoperta dei sentieri partigiani

downloadOn the road alla scoperta dei sentieri partigiani. Domani, mercoledì 4 maggio, ritorna il programma della musica in viaggio di www.radiobarrio.it, con una puntata dedicata ai cammini in giro per l’Italia battuti dai partigiani.

Ore e ore di cammino, staffette tra montagne, boschi e sentieri spesso difficili, impervi. Vere e proprie strade della salvezza. Alcuni di questi sentieri hanno preso anche il nome di coloro i quali sono caduti per combattere il nazifascimo.

sentiero beltramiSentiero Beltrami. Un sentiero che si trova tra il lago d’Orta e l’Ossola, teatro di violenti scontri tra nazifascisti e gruppi partigiani. Intitolato al capitano Filippo Beltrami, morto proprio tra queste montagne. Il “Sentiero ” ripercorre gli itinerari e i luoghi di insediamento delle prime bande partigiane formatesi nel Verbano Cusio Ossola, durante i primi mesi dell’occupazione nazifascista (settembre 1943 – febbraio 1944). Il percorso è dedicato alla memoria del capitano Filippo Maria Beltrami, architetto milanese, attorno al quale si raccolsero i primi gruppi di “ribelli” nella zona del Cusio.    L’itinerario parte da Cireggio, località in cui la famiglia Beltrami possedeva una casa di vacanza, e si conclude a Megolo, dove il Capitano Beltrami cadde il 13 febbraio 1944.

linea cadornaLinea Cadorna. Costruita durante la Grande Guerra ad opera del Generale Cadorna, venne utilizzata anche durante la Resistenza, soprattutto per stivare provviste e armamenti. Un’opera monumentale, una linea di confine tra trincee, grotte, sentieri. L’ultima frontiera a difesa dell’Italia durante la Prima Guerra Mondiale. La Frontiera Nord o, per esteso, il sistema difensivo italiano alla Frontiera Nord verso la Svizzera, popolarmente nota come Linea Cadorna, è un complesso di opere di difesa permanenti posto a protezione della Pianura Padana e dei suoi principali poli economici e produttivi: Torino e, soprattutto, Milano e Brescia. Il sistema è stato progettato e realizzato tra il 1899 e il 1918 con lo scopo dichiarato di proteggere il territorio italiano da un possibile attacco proveniente d’oltralpe condotto dalla Francia, dalla Germania o dall’Austria-Ungheria violando la neutralità del territorio svizzero o, ipotesi meno probabile, da una possibile invasione della Pianura Padana da parte della stessa Confederazione Svizzera. egli ultimi anni, dopo un lungo periodo di abbandono pressoché totale, questi manufatti sono stati oggetto di un rinnovato interesse, soprattutto da parte di organizzazioni locali che hanno promosso una serie di iniziative volte a valorizzare questo patrimonio da un punto di vista divulgativo, paesaggistico ed escursionistico. In molte località sono sorti itinerari guidati che ripercorrono i luoghi ove sorgevano le fortificazioni più interessanti della linea difensiva e che consentono anche di fruire della natura e del paesaggio circostante.

Sentiero di CornalbaSentiero di Cornalba. Itinerario relativamente impegnativo, che ripercorre le vie e i luoghi che hanno visto alcuni dei peggiori rastrellamenti fascisti. Luoghi carichi di memoria, di storia percorsi più di 70 anni fa dai giovani della brigata “Giustizia e Libertà XXIV maggio”. Il 25 novembre 1944 il sentiero è stato teatro di scontri. Proprio il 25 novembre i nazifasciti hanno iniziato una violenta serie di rastrellamenti risalendo la Val Serina verso le pendici dell’Alben. Offensiva che ha portato all’eccidio di 10 partigiani della brgiata Giustizia e libertà. A questi si sono poi aggiunti altri 5 partigiani uccisi a Serina. All’epoca Cornalba era soltanto una piccola frazione di Serina, borgo rurale costituito da case ai piedi di Corna bianca. Gli abitanti erano boscaioli e contadini, cui si sono poi aggiunti i disertori e i partigiani, ma anche sfollati ed ex prigionieri. Proprio a seguito dell’armistizio dell’otto settembre 1943, si sono costituite le brigate partigiane, tra cui il gruppo Giustizia e libertà, composta da giovani del posto che conoscevano le valli, le montagne e i boschi.

Sentiero del partigiano JohnnySentiero del partigiano Johnny. Nel cuore delle langhe, l’escursione permette di ripercorre e rivedere i luoghi raccontati da Beppe Fenoglio nell’omonimo romanzo. Tra queste campagne, decine di gruppi si nascosero per sfuggire ai rastrellamenti.   Da cascina Pavaglione alla chiesetta di sant’Elena. Percorrendo il sentiero ci si immedesima facilmente nello stato d’animo dei partigiani che ,in fuga ,perche’ inseguiti dai tedeschi, scappano attraverso luoghi isolati sino ai rittani di sant’Elena e dell’ Annunziata.

Lasciata cascina Pavaglione ci si addentra in fitti castagneti, si raggiunge cascina Baracchi(con muri in pietra ormai ridotti a ruderi) e cascina Cascina. Nelle aie delle cascine sono presenti bacheche che riportano brani tratti dal romanzo di Fenoglio con suggestive descrizioni dei luoghi attraversati. Si attraversa il rio di sant’Elena ,in un fondovalle assai incassato, per ,poi, risalire il versante opposto sino alla chiesetta di sant’Elena(punto assai panoramico su tutta la valle Belbo). A questo punto lasciamo il sentiero del partigiano Jonny ed eseguiamo un percorso ad anello ,che risalendo la dorsale collinare sino alla testata della valle del rio sant’Elena ci porta a cascina Langa (altro luogo fenogliano) e ridiscende sul crinale opposto per ritornare a cascina Pavaglione ove avevamo posteggiato l’auto.

Il sentiero della libertàIl sentiero della libertà. Un itinerario affascinante, che si snoda attraverso la Majella e che si svolge ogni anno a Sulmona. Da qui centinaia di persone ripercorrono i luoghi che ospitarono coloro i quali scappavano verso le linee alleata. L’Abruzzo infatti tra il 1943 e il 1944 divenne la terra di confine verso la libertà. Il sentiero della libertà” è un trekking di circa 60 Km, di livello escursionistico, suddiviso in 3 tappe e 3 giorni, sui sentieri che attraversano la Majella. Ogni anno partecipano al “Sentiero della Libertà” circa 700 persone, in prevalenza studenti degli ultimi anni delle scuole superiori. “Il sentiero della libertà” era la via di fuga di migliaia di prigionieri alleati e di giovani italiani che lottavano per la liberazione d’Italia, divisa dalla Linea Gustav dopo l’armistizio dell’8 settembre 1943, quando l’Abruzzo divenne terra di confine e angolo di speranza per i fuggiaschi che si schieravano con l’Esercito Alleato.

Anche Carlo Azeglio Ciampi, Presidente Emerito della Repubblica Italiana, affrontò la traversata da Sulmona a Casoli il 24 marzo 1944 descrivendola nel diario riportato integralmente nel libro a cura del Liceo Scientifico Statale E.Fermi di Sulmona “Il sentiero della libertà. Un libro della memoria con Carlo Azeglio Ciampi” (Laterza, Roma-Bari 2003).

 

Sentiero della notte di San GiovanniSentiero della notte di San Giovanni. L’Appennino tosco emiliano è stato, forse, quello che ha ospitato le battaglie e i rastrellamenti più cruenti. Il progetto “Sentieri Partigiani” raccoglie 15 di questi luoghi, da percorrere rigorosamente a piedi. L’occupazione nazista calpesta ogni convenzione internazionale di guerra. L’indiscriminata spoliazione di uomini e risorse non è che un elemento della politica di occupazione. Al livello successivo si colloca la guerra contro i civili. Per quanto in Italia i nazisti non abbiano combattuto una guerra di annientamento come quella condotta nell’Europa dell’Est, rimangono pur sempre oltre 10.000 civili uccisi dai nazisti e dai fascisti, nel corso di numerose stragi compiute per diversi motivi. La prima strage risale addirittura al 18 agosto 1943, quando truppe tedesche che stanno ancora combattendo con gli alleati italiani uccidono 16 persone in Sicilia, mentre si ritirano. Esiste la strage per rappresaglia e il caso più noto e sanguinoso è quello delle Fosse Ardeatine a Roma (335 morti), ma sono casi limitati. Per la strage di Marzabotto (770 morti), la più cruenta tra quelle consumate in Italia, l’esigenza è quella della pulizia del territorio al fine di mantenere sgombre le retrovie. I nazifascisti non si limitano a sgominare la Brigata partigiana “Stella Rossa”, ma si accaniscono sui civili ritenuti complici dei partigiani. I civili inermi – e spesso fra le vittime si trovano donne, vecchi e bambini – sono il bersaglio più comodo da colpire. Nel reggiano, dopo la strage di Cervarolo (20 marzo 1944) dove sono uccisi 23 uomini compreso il parroco del piccolo borgo, nella notte del 23 giugno 1944, per rappresaglia in seguito a un’azione partigiana in cui erano stati uccisi 3 militari tedeschi, elementi della Feldgendarmerie di Casina uccidono a Bettola 32 fra uomini, donne e bambini. La vittima più giovane ha solo 18 mesi.

 

Sentiero delle donneSentiero delle donne. Dal centro della piazza di Felina prendere la strada in direzione Catelnovo ne’ Monti. Dopo 100 m, sulla sinistra sale una stradina asfaltata con indicazione Fonti della Fratta. Seguire il cartello anche al bivio successivo, tenendo la carraia che sale a sinistra. Il sentiero fa una curva a gomito, dove, sulla sinistra, troviamo la fonte, presso la quale è possibile rifornirsi di acqua potabile. Continuare per la carraia che sale. La Resistenza ha ricevuto un fondamentale sostegno dalla presenza femminile. Il compito delle staffette partigiane è quello di fungere da collegamento tra le formazioni e fra queste e il centro direttivo. Negli eserciti regolari si tratta di mansioni affidate ad appositi ufficiali di collegamento. Il ruolo delicato e di movimento, complicato dallo stretto controllo del territorio operato dai nazifascisti, rende quasi impossibile agli uomini in età di leva lo spostarsi senza venire fermati. E’ così che questi incarichi vengono affidati alle donne, a volte anche giovanissime, non mobilitabili nella guerra e meno controllate. La staffetta lavora da sola ed è lei che decide in che modo eseguire il compito affidatole. Le donne, a piedi o in bicicletta, divengono le migliori agenti di collegamento con le formazioni, finendo per trasportare di tutto: cibo, indumenti, armi e materiale di propaganda, oltre a essere depositarie della trasmissione di ordini e informazioni. E’ un lavoro faticoso e ad alto rischio. Dentro alle formazioni della Resistenza la donna scopre sempre più spesso di essere padrona del proprio destino, ripensa se stessa in una nuova dimensione, in opposizione al ruolo defilato e subordinato di “madre e moglie esemplare”, secondo l’etichetta della retorica fascista che già sfruttava un precedente retroterra maschilista. Durante il conflitto le donne occupano il posto degli uomini nelle fabbriche e, con la lotta partigiana, arrivano persino a vivere la vita della banda e ad imbracciare le armi. L’intervento femminile si esprime anche in forme di protesta coraggiose e non violente in occasione, ad esempio, delle numerose manifestazioni contro il carovita e contro la mancanza di approvvigionamenti. La partecipazione delle donne ha contribuito a dare l’avvio a un processo di emancipazione femminile lento ma irreversibile, ponendosi come inizio di una svolta. Se la Resistenza può essere ritenuta il percorso di crescita di una generazione, lo è a maggior ragione per le donne.

 

Sentiero dei disertoriSentiero dei disertori. Dal centro di Cervarezza, nei pressi del monumento ai caduti, prendere la strada in direzione del campo sportivo.  Centinaia di soldati tedeschi collaborano con la Resistenza passando informazioni, fornendo divise ed armi, liberando prigionieri, curando feriti. Altri disertano per diventare partigiani. Durante la guerra fredda sono stati rimossi dalla memoria collettiva, sia in Germania, dove fino al 1998 sono rimaste valide le loro condanne emesse dai tribunali militari nazisti, sia in Italia, dove la Resistenza è stata nazionalizzata come una guerra esclusivamente di liberazione nazionale. Anche nel reggiano i resistenti tedeschi sono più di 50. Va ricordato in particolare il gruppo di cinque soldati della Luftwaffe che nell’estate 1944 viene fucilato ad Albinea per aver collaborato all’organizzazione di un attacco partigiano contro il comando tedesco. Ciò sottolinea il carattere internazionalista della Resistenza, per cui ogni partigiano si oppone al regime per la propria libertà e per quella altrui. In tutte le zone del nord Italia è provata la presenza di tedeschi nelle principali organizzazioni partigiane e presso le battaglie più aspre.

Sentiero di Enrico l’anarchicoSentiero di Enrico l’anarchico. Dal paese di Costabona si sale sulla strada asfaltata che porta verso il gruppo di case in località “Monte”. All’incrocio con strade sterrate prendere quella a destra, che sale in costa. ’anarchismo reggiano si distingue subito per l’opposizione al fascismo nascente, dando vita a Reggio e in alcuni paesi della provincia al movimento che a livello nazionale si esprime soprattutto nella formazione degli Arditi del popolo, che si oppone al regime attraverso una serie di atti di resistenza. A tale movimento aderiscono in particolare anarchici, comunisti e sindacalisti, mentre le altre forze popolari e riformiste rifiutano l’uso della forza, limitandosi solo in casi sporadici a rispondere alle violenze squadriste, come nel caso di Sarzana nel luglio 1921 e a Parma nell’agosto 1922, dove i fascisti sono respinti dalla resistenza popolare. Nella nostra provincia, la lotta contro il primo squadrismo, conta anche fra gli anarchici due vittime, nel 1921: Primo Francescotti di Cavriago e Riccardo Siliprandi di Luzzara. Con l’instaurazione del regime gli anarchici devono espatriare continuando la lotta in esilio contro Mussolini, sia in Europa che in America. In particolar modo in Francia si ritrovano schiere di libertari espulsi, e fra questi anche alcuni reggiani che si mettono in evidenza per l’impegno e la coerenza antifascista, come Vincenzo Cantarelli, originario di Catelnovo ne’ Monti e Torquato Gobbi, di Reggio Emilia. Una figura importante è quella di Camillo Berneri, intellettuale e uomo d’azione, l’antifascista più espulso d’Europa, perseguitato sistematicamente anche a causa delle sue inchieste contro lo spionaggio fascista all’estero. Il gruppo degli anarchici reggiani in esilio partecipa a tutte le attività cospirative – attentati a Mussolini compresi – contro il regime, collaborando con il movimento dei Fratelli Rosselli “Giustizia e Libertà”. Nel 1936, allo scoppio della Rivoluzione spagnola, questi accorrono subito in Spagna, formando la prima colonna antifascista guidata da Carlo Rosselli e distinguendosi nella battaglia di Monte Pelato. Oltre al già citato Berneri vanno ricordati, fra gli altri, Lebo Piagnoli, Umberto Ferrari, Alberto Bottaccini, Rodolfo Giovanardi, Enrico Canedoli, Mario Corghi ed Enrico Zambonini. Il correggese Mario Corghi muore nel 1938 a Barcellona, mentre Zambonini, dopo la vittoria del franchismo, passa 5 anni al confino di Ventotene e quindi dopo l’8 settembre del 1943 è fra i primi a organizzare bande partigiane nei luoghi natali, gli appennini di Villa Minozzo. Proposto come comandante del gruppo di Cervarolo, verrà catturato e fucilato assieme a Don Pasquino Borghi al Tiro a Segno di Reggio Emilia il 30 gennaio 1944. Gli anarchici reggiani si impegnano nella Resistenza combattendo nelle formazioni garibaldine con i gruppi di Reggio S. Croce, Campagnola, Correggio, Cavriago, Montecchio, Scandiano, Sassuolo e alta montagna.

Sentiero della Resistenza civileSentiero della Resistenza civile. Dal parcheggio del cimitero prendere la strada asfaltata che sale verso il Castello di Sarzano. Al bivio tenere la strada a sinistra, dove già troviamo i segnavia CAI del sentiero 650. L’assenza di strutture di retrovia per le formazioni partigiane è il primo motivo che impone di stabilire un rapporto diretto con la popolazione civile. Nell’immediato le formazioni partigiane hanno bisogno di nascondigli momentanei e di rifornimenti alimentari. Il rapporto tra resistenti e civili si instaura soprattutto nelle campagne ed esprime dinamiche non lineari. La tendenza prevalente nelle zone di montagna vede i contadini accogliere con iniziale simpatia i primi resistenti, specie se si tratta di uomini del posto. La diffidenza cresce quando arrivano combattenti “forestieri”. Larvate manifestazioni di insofferenza – restituiteci dalla memoria collettiva – sorgono, in diversi casi, quando i prelievi alimentari ai contadini si protraggono nel tempo. In linea generale, ad ogni prelievo di cibo e bestiame i partigiani rilasciano dei “buoni”, poi rimborsati dal governo democratico-repubblicano tra il 1946 e il 1947. L’andamento del rapporto contadini/partigiani dipende poi, fondamentalmente, dalle modalità della guerra partigiana e della repressione nazista e fascista. Di fronte alle rappresaglie, infatti, la Resistenza è quasi sempre soccombente e le comunità locali restano esposte. Altrimenti, nella pianura – e qui l’Emilia Romagna rappresenta un caso emblematico – i contadini (spesso braccianti e mezzadri) aiutano attivamente la Resistenza, perché nell’affermazione di questo movimento identificano la concreta possibilità di emancipazione sociale. Giocano un ruolo centrale le campagne, nelle quali lo squadrismo fascista aveva compiuto le sue azioni violente uccidendo o bastonando sindacalisti, smantellando buona parte delle aziende cooperative, delle Camere del Lavoro e delle amministrazioni comunali socialiste. Il ricordo delle violenze del 1921-22, il peggioramento delle condizioni di vita e l’arroganza dei proprietari terrieri fanno sì che la lotta di Resistenza assuma in queste aree una connotazione di classe dentro a un inequivocabile contesto di guerra civile. Per quanto i partigiani siano di una nuova generazione, è frequente il legame delle lotte del 1943-45 con alcuni degli obiettivi già raggiunti nel 1921-22. In conseguenza di ciò, la Resistenza in queste aree assume una dimensione di massa e il rapporto tra contadini e partigiani è molto buono, perché i combattenti sono riconosciuti, prima ancora che persone del proprio paese, come individui della propria classe che lottano per obiettivi comuni. Le formazioni garibaldine sono qua nettamente preponderanti.

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