On the road alla scoperta delle frontiere cinematografiche

juarezOn the road lungo le strade che costeggiano le frontiere. Attraverso i film che raccontano i confini. Domani, mercoledì 15 febbraio ritorna il programma della musica in viaggio di http://www.radiobarrio.it, con una puntata dedicata alle location dei film che raccontano le frontiere.

Nella maggior parte dei casi a fare da sfondo alle storie di droga e violenza c’è sempre lei: Ciudad de Juarez. Fondata col nome di El Paso del Norte (“Il Passo del Nord”) nel 1659 da esploratori spagnoli, che cercavano un percorso attraverso le Montagne Rocciose, è la città che fa da ponte alla cultura messicana e quella americana.

La legna per il ponte sul Rio Grande fu fatta portare da Santa Fe nel Settecento. L’importanza della città, ed il motivo della sua fondazione, era data dal fatto che rappresentò per più di due secoli l’unico valico terrestre (ponte) sul fiume Rio Grande per accedere dal Messico al Texas.  La città è situata sulle rive del Rio Grande di fronte alla città texana di El Paso. Le due città formano un’area metropolitana binazionale di circa due milioni e mezzo di persone, formando così la più grande area metropolitana binazionale sul confine fra Messico e Stati Uniti dopo quella di Tijuana-San Diego. È la quinta città più grande nel Messico ed anche un centro industriale con un forte sviluppo.

Lomas de Poleo, where 8 women's bodies have been found Juarez, Mexico February 2004 © Carlos Reyes-Manzo/Andes Press Agency 020 7613 5417 www.andespressagency.com

Secondo una statistica è considerata la città più pericolosa del mondo, davanti a Miami, Caracas e New Orleans. Nel solo 2009 ci sono stati oltre 2500 omicidi. La spirale di violenza è causata in massima parte dal narcotraffico, molto attivo nella frontiera con gli Stati Uniti. Ci sono 950 pandillas (bande armate) che operano a Ciudad Juárez, con decine di migliaia di operativi. Di questi circa 3000 sono considerati leader (cabecillas) di queste bande che hanno fatto del traffico di droghe e dei delitti il loro modo di vivere.

Un’altra causa dell’aumento della violenza a Ciudad Juárez è dovuta alle centinaia di pandilleros di origine messicana provenienti dagli Stati Uniti d’America, da dove sono stati espulsi, che si uniscono a queste bande criminali senza scrupoli. La guerra del narcotraffico è cominciata nel 2004 quando il Cartello di Sinaloa, forse l’organizzazione mafiosa più potente del Messico (insieme agli ex militari Los Zetas), dopo aver vinto la guerra per Tijuana ed aver imposto la propria egemonia su quasi tutta la frontiera con gli Stati Uniti, ha puntato gli occhi sulla città di Juárez, a quel tempo saldamente nelle mani del Cartello di Juárez, o cartello di Vicente Carrillo Fuentes dal nome del capo.

Nel 2011 c’è stato un calo degli omicidi del 32% (da 3042 a 2086), portando il coefficiente di assassinio dal 229 al 171 (ogni 100.000 abitanti). Nella classifica delle città con più omicidi al mondo, Ciudad Juárez sembrava aver perso il primato dopo 3 anni consecutivi a discapito della città honduregna di San Pedro Sula che ha registrato un tasso di omicidi pari al 158,87 per 100.000 abitanti) fino a quando non si è scoperto che i residenti erano calati di ancora di 112.000, probabilmente molti di questi esasperati dalle continue violenze (in 4 anni di guerra della droga la città ha perso 212.000 abitanti, circa il 18% della popolazione).

 

usa-ii-iii-muro-della-vergognaDal 1993 la città messicana è diventata tristemente famosa per le 4.500 donne scomparse e a causa degli oltre 400 omicidi perpetrati ai danni di giovani donne, generalmente di umile estrazione sociale e impiegate nelle numerose maquiladora, fabbriche in cui si producono i beni d’esportazione destinati al primo mondo. Una delle principali associazioni in difesa delle donne di Juárez è “Nuestras Hijas de Regreso a Casa”, che ha come fondatrici Ortiz Rivera Marisela (maestra di Lilia Alejandra Andrade) e Norma Andrade (mamma di Lilia Alejandra) che dal 2001 si battono contro il femminicidio di Ciudad Juárez. Roberto Bolaño nel romanzo 2666, e, in particolare ne La parte dei delitti, racconta la tragedia delle morti seriali di donne nella città messicano di Ciudad Juárez che, nel romanzo, si chiama “Santa Teresa”.

sicarioCiudad Juàrez, narcos, cartelli colombiani e messicani: nomi e cronaca criminale dell’altro capo del mondo diventati ormai familiari a tutti noi grazie al cinema e alla tv, tornano protagonisti in quella pur realistica opera di finzione che è Sicario. Ma se il film di Denis Villeneuve non sarà l’ultimo non è neanche stato il primo a raccontarci la malattia del confine, quella terra di nessuno dove una semplice linea divide in apparenza il bene dal male, attraversata con estrema facilità dai trafficanti di droga e spesso a prezzo della vita dagli immigrati dei paesi latino-americani in cerca di salvezza dalla miseria nel colosso nordamericano, al tempo stesso così vicino e così lontano.

Da un lato El Paso, la seconda città più sicura degli Stati Uniti, dall’altro l’infernale Ciudad Juàrez, la città più pericolosa del Messico e una delle peggiori al mondo, corrotta e controllata dai narcotrafficanti che sequestrano, torturano e uccidono impunemente uomini e donne, spesso con la complicità della polizia municipale e ne murano i cadaveri nelle cosiddette case della morte, quando non decidono di lasciarli esposti e mutilati come avvertimento per i cartelli rivali. Lungo il confine che tocca quattro stati americani (California, Arizona, Nuovo Messico e Texas), riecheggiano ancora le grida dei caduti nella battaglia di Alamo del 1836.

Per questo il mito della frontiera nel cinema americano, nato col western, si concentra oggi sulla striscia di terra che divide il terrore dalla tranquillità e che, nonostante gli imponenti sbarramenti fisici e la presenza di uomini e mezzi armati, avvelena il cuore dell’Occidente con un costante flusso di droga. Abbiamo scelto dieci film realizzati prima di Sicario, che su quel confine sono nati e di quelle storie si sono nutriti, regalandoci pagine di cinema a volte indimenticabili, talvolta (e forse ingiustamente) dimenticate.

trafficTraffic. 5 anni dopo, nel 2000, la droga e le lotte tra narcotrafficanti sono il tema portante di Traffic di Steven Soderbergh – premio Oscar per la regia così come Benicio Del Toro come miglior non protagonista – e il filo conduttore che lega le storie di diversi personaggi in Messico e negli Stati Uniti. Un film obiettivo e spietato che mostra le molte sfaccettature del problema e come quello che succede di là dal confine tocchi tutti noi. E’ forse il miglior film di Soderbergh e la miglior sceneggiatura di Stephen Gaghan. Tre storie legate al traffico e alla diffusione della droga tra gli Stati Uniti e il Messico costituiscono il soggetto del film, che vede un ricco cast di interpreti, tra cui Benicio del Toro, Michael Douglas, Catherine Zeta-Jones, Tomas Milian e Don Cheadle.

bordertownBordertown. Sempre nel 2006, Gregory Nava torna per la terza volta a raccontare storie terribili del suo paese. Bordertown, meno riuscito dei suoi precedenti per l’indecisione sul tono e il tipo di film da realizzare, ci porta proprio nel cuore nero di Ciudad Juàrez e del femminicidio che vi si svolge per più di 10 anni dal 1993. Più di 400 giovani ragazze, povere, spesso madri e unico sostegno economico della famiglia, che lavorano nelle cosiddette maquilladoras, le fabbriche straniere, vengono sequestrate, violentate, torturate e uccise sadicamente da uomini del cartello e probabilmente da facoltosi serial killer in battuta di caccia, che comprano l’impunità assoluta grazie a un sistema corrotto e marcio fin dalle alte sfere. Jennifer Lopez è una giornalista d’inchiesta americana che si trova catapultata nell’incubo, ma il film non rende giustizia alla terribile storia, raccontata anche dallo scrittore Roberto Bolaño in “666”.

non-eun-paese-per-vecchiNon e’ un paese per vecchi. Nel 2007 i fratelli Coen raccontano la frontiera sulla scorta di un romanzo di Cormac McCarthy. In Non è un paese per vecchi Josh Brolin è un saldatore texano, veterano del Vietnam, che trova 2 milioni di dollari provenienti dal traffico di droga e decide di tenerseli. Ma sulle sue tracce si mette il folle e sadico sicario Anton Chigurh (Javier Bardem), che non si ferma di fronte a niente pur di recuperare il bottino. Film cupo e pessimista dal cast eccezionale,  vince 6 premi Oscar.

 

le-belveLe belve. Oliver Stone si cimenta nel 2012 col romanzo di Don Winslow Le belve e con la collaborazione dell’autore ci porta a Laguna Beach, in California, dove nasce un inatteso scontro tra due giovani produttori in proprio di (ottima) marijuana e uno spietato cartello messicano che non vede di buon grado la concorrenza. Nella veste della jefe, il capo, c’è Salma Hayek, mentre Benicio Del Toro anticipa il ruolo del sicario, in questo caso brutale ma sottomesso e decisamente poco intelligente.

escobarEscobar: Paradise Lost. E’ infine italiano, almeno di sceneggiatura e regia, un film ancora inspiegabilmente non distribuito in Italia: Escobar: Paradise Lost di Andrea Di Stefano ci racconta una storia ambientata negli anni in cui il boss colombiano era nel pieno del suo delirio di onnipotenza e continuava ad esportare quotidianamente quintali di droga, passando a suo piacimento il confine con la sua merce e beffando ripetutamente la DEA e le leggi. Pur incentrato su una storia intima, il film di Di Stefano ben rende il senso di follia e di minaccia che accompagnano la perdita dell’innocenza del protagonista americano e di un intero paese. Prima di essere incarnato con grande potenza da Wagner Moura nella serie tv Narcos, Pablo Escobar esce vivo e impressionante da questo film grazie al talento di Benicio Del Toro.

 

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