Old Calabria, sulle orme di Norman Douglas

Dal territorio Cosenza passando per l’area di Crotone, dal Massiccio del Pollino fino al Parco Archeologico di Capo Colonna. È l’itinerario raccontato da Norman Douglas nel suo Old Calabria, un diario di viaggio in cui lo scrittore-viaggiatore ha raccolto impressioni e annotazioni sulla Calabria. Così tra le pagine scritte tra il 1907 e il 1911, e  pubblicate in lingua inglese nel 1915 da Martin Secker, i protagonisti indiscussi sono le montagne del Pollino e della Sila, quello che lo scrittore chiama “foresta incantata”, dominata dai “giganti della Sila”, una cinquantina di pini lárici ed aceri montani centenari e di dimensioni colossali.

L’autore ripercorre l’itinerario, da Lucera a Crotone, descritto in due precedenti reportage di viaggio: La Grande Grèce dell’archeologo francese François Lenormante Sulla riva dello Jonio (By the Ionian Sea) dell’inglese George Gissing. Douglas si interessa soprattutto al paesaggio, esotico e lussureggiante, e agli abitanti, ricchi di vitalità, facendo spesso riferimento all’archeologia e alle vicende storiche dell’età classica. Nonostante le dotte citazioni e i riferimenti letterari, nel testo di Douglas sono frequenti le considerazioni sulle condizioni sociali ed economiche della Calabria dei primi del XX secolo (per es., la malaria o il brigante Giuseppe Musolino).

Così tra paesaggi ricchi di boschi e coltivazioni di grano, si  alternano borghi arroccati e piccoli centri, tutti ben conservati, dove sono ancora evidenti le delle vecchie civiltà e culture,  quella bruzia, magnogreca, bizantina, albanese. E si aprono posti in cui la natura e la storia si intrecciano per dare vita a mosaici di incredibile bellezza, costituiti paesaggi, arte e antropologia.

Punto focale del viaggio di Douglas è il bosco della Sila. Perché attraversare questo bosco affrontando qualche problema pratico, è come rivivere le pagine dello scrittore. In fondo guadare un fiume, scendere per una scarpata o attraversare il bosco dove la vegetazione è fitta, incontrando gli scoiattoli, le lepri, i daini ma anche gli uomini che abitano quella terra, è quello che è accaduto al viaggiatore all’inizio del secolo.

Si può così spaziare tra il Parco Nazionale della Sila e  trovare  vette fino a 2000 metri di quota, raggiungibili con auto o con impianti di risalita (località Tasso e Cavaliere), dove è possibile visitare i tre laghi (Cecita, Arvo, Ampollino). Tappa fondamentale è senza dubbio anche San Giovanni in Fiore, dove l’artigianato tessile si mescola a quello orafo, dove è possibile visitare l’Abbazia Florense e il museo demologico) Si passa quindi Crotone  con il suo porto, gli scavi archeologici, e monumenti. E tra loro anche l’albergo in cui Norman Douglas ha dormito durante il suo viaggio. E poi si ritorna a nord, a  Cosenza per passeggiare tra le vie del centro storico, salire fino al castello, e passare qualche ora nel teatro. Inoltre si può andare in treno da Camigliatello a Cosenza o fare passeggiate a cavallo.

Old Calabria non è solo un gran libro di viaggio ma anche un’aggiornata e utile “enciclopedia” sulla realtà calabrese, un eccellente strumento di divulgazione della Calabria. L’elenco delle curiosità e degli interessi dell’autore é impressionante. Tutto quello che l’occhio riesce a scorgere, subito lo riguarda: Douglas non è mai indifferente o distratto. Lo interessano le chiese, che lo entusiasmano a patto che siano austere e antichissime, i ruderi di monasteri, le celebrazioni liturgiche albanesi, la religiosità e la superstizione. Ma anche la vita profana e civile, i volti della gente comune, le posture di solitari pastori, le scritte sui muri, le ingenue pubblicità paesane, i murales di protesta, il culto della pulizia.

Seguendo le orme di Norman Douglas oggi si (ri)troverebbe il paesaggio del Pollino, i boschi e i sentieri della Sila, i precipizi e le gole, l’ospitalità semplice e cordiale dei montanari meridionali e il silenzio profondo delle radure erbose. Si troverebbe il profilo immobile di paesi arroccati, l’imponenza di castelli diruti o integri, le vaste chiese ingenue e sontuose, le tracce delle grandi tradizioni artigiane della pietra, del legno e del ricamo, i pazienti intrecci dei pastori, un ritmo pacato della vita, un’aura agreste che pare aleggiare anche in città popolose come Cosenza e Crotone.

L’eco del viaggio è ancora così presente che è stato creato un Parco.Si chiama OldCalabria® e si estende per circa duecento chilometri quadrati, tra le province di Cosenza e Crotone. Si dipana tra il Massiccio del Pollino e Capo Colonna, la punta più orientale della Calabria. Il parco promuove e organizza viaggi e itinerari, di questi uno dura circa tre giorni, e sintetizza l’itinerario del Grand Tour in Calabria. Ne sono protagonisti il paesaggio e l’arte.

L’inizio, nel Parco Nazionale del Pollino, è maestoso. La bellezza dei boschi, la quiete dei sentieri, l’incanto fiabesco del sottobosco sono una gioia dello spirito e del corpo. Con Morano, Castrovillari e Altomonte si entra nel vivo della Calabria e se ne scoprono i tesori d’arte e di tradizioni. La fisionomia calabrese si arricchisce anche della presenza secolare di un’etnia albanese. La pausa a Civita, esemplare villaggio albanese, consente di affacciarsi sulle vertiginose Gole del Raganello, luogo impervio e solitario, caro allo spirito eremitico. Più avanti, come un immenso altorilievo sbalzato nella roccia, appare il Santuario della Madonna dell’Armi, a Cerchiara, il cui interno, naìf e sofisticato insieme, è un godimento per l’occhio e un balsamo per l’anima.

Si arriva infine a Camigliatello Silano, per godere di quel paesaggio boschivo, lacustre e coltivato che è il segreto della Sila e per visitare, presso la Torre di Camigliati, la sede del Parco Old Calabria, immersa nel verde di un paesaggio curato da sempre. Si attraversano superbe strade silane sulle quali si chinano amorevoli le immense silhouettes dei pini – come uno sterminato esercito insonne e silenzioso – deserte nella notte e ove si aprono all’improvviso grandi squarci di pascolo o di grano punteggiati da rade sagome di case rurali o di “baracche” di legno fiocamente illuminate. Il viaggio si conclude con la visita al centro storico di Cosenza, che ha la doppia caratteristica di essere monumentale e vivo allo stesso tempo.

Fulcro del parco è Torre Camigliati. Si trova nel cuore della Sila Grande, a 30chilometri  da Cosenza. Considerato monumento di interesse nazionale del XVIII secolo, la torre rappresenta un tipico esempio delle residenze baronali calabresi e silane. Maestosa costruzione a tre piani, è stata abitata dai Baroni Barracco fino all’inizio del secolo scorso. In seguito, dopo un lungo periodo in cui divenne il primo ed unico hotel di lusso della zona, la riforma agraria del 1950, che decretò la fine del latifondo, la condannò ad anni di abbandono e decadenza. Oggi, dopo un attento restauro strutturale e conservativo, sottolineato dall’elegante semplicità degli arredi, tipici delle case baronali calabresi,   in armonia con le più moderne tecnologie di comunicazione, dal 2001 la Torre Camigliati è tornata a vivere, questa volta, come centro culturale per lo sviluppo e la promozione del territorio.

E allora partiamo. Dal territorio di Cosenza, alle pendici del Pollino. A destra del fiume Lao e al confine tra Basilicata e Calabria si incontra Laino Borgo, quieto paesino le cui case sono graziosamente decorate da bei portali ottocenteschi in pietra scolpita. È celebre per la Giudaica, una sacra rappresentazione in costume, che si svolge il venerdì santo e a cui partecipa l’intero paese. A poca distanza, arroccato sulla cima di un monte, c’è l’antico Laino Castello. Completamente disabitato e in via di recupero ha il fascino di un paese rupestre. Spettacolare il panorama sulle valli circostanti.

Si arriva poi nel centro del Carnevale. Si parla di Castrovillari, dove si possono vedere il piccolo Museo Civico (da vedere, una splendida fibula barbarica), l’antichissima basilica di Santa Maria del Castello, oggi d’aspetto settecentesco, e il magnifico Protoconvento francescano, restaurato di recente. Ma Castrovillari va segnalata anche per una felice pausa nella locanda di aléa il più celebre ristorante calabrese, per i suoi squisiti menus che ricercano l’antica cucina regionale per aprirla al gusto della nouvelle cuisine. Nei dintorni, numerosi i paesi d’origine albanese (Civita, Frascineto, San Basile, Lungro, Acquaformosa, Firmo), fondati nel XV secolo dai profughi che fuggivano la conquista turca della loro terra dopo la morte del re-eroe Giorgio Castriota Scanderberg.

Adagiato in una conca che si apre verso la piana di Sibari, Frascineto è un paese albanese che mantiene vive le tradizioni più antiche, dai balli ai costumi, e in cui sopravvivono rare testimonianze di architettura e pittura bizantine. Interessanti le cantine private, ove si può gustare il vino nuovo con formaggi e pane caldo. Da visitare il Museo delle Bambole in costumi albanesi, istituito nel 1997.

Nel paese, la cui regolarissima struttura urbana ispirò Cornelis Escher per una delle sue visionarie architetture, Morano Calabro possono essere visitate la quattrocentesca e rara chiesa di San Bernardino, con il chiostro, la grandiosa e barocca Collegiata della Maddalena, l’imponente fortezza svevo-normanna e, là accanto, la chiesa dei Santi Pietro e Paolo, ove si conservano quattro statue di Pietro Bernini, padre di Gian Lorenzo. Merita una visita il Museo dell’Agricoltura e della Pastorizia.

Delizioso paesino albanese, famoso per i fantasiosi comignoli e l’atmosfera silente e sorpresa della piazza, Civita deve essere visitato. Una tappa deve essere fatta nel piccolo Museo etnico di cultura materiale albanese, lindo e bene ordinato. Splendida è la vertiginosa veduta dall’alto delle gole del Raganello.

Ampio e vivace centro albanese, in posizione panoramica su un colle, dal quale si gode un bel panorama sulla piana di Sibari, Lungro deve la sua “fortuna” alle tradizioni, la lingua ed i costumi tipici della cultura albanese sono conservati gelosamente e mantengono ancora oggi una fortissima vitalità. Nella chiesa di San Nicola a Mira, cattedrale di rito greco, la domenica l’eparca officia una messa solenne in lingua albanese e greca. I mosaici e l’iconostasi che ornano il tempio sono moderni. Ne è autore Drobonicu, un pittore di icone che vive a Lungro. Le antiche miniere di sale, che costituirono un importante capitolo di storia politica e sociale calabrese, non sono più visitabili, anche se i macchinari e i lunghi cunicoli scavati nel salgemma paiono essere ancora abbastanza intatti, tanto da costituire un virtuale giacimento di archeologia industriale.

Si passa poi dalla cittadina delle contaminazioni culturali che ogni anno accoglie e organizza un festival dedicato all’accoglienza: Acquaformosa. Il paese albanese deve il nome ad un’antica abbazia. Vivace ed ospitale, è anche noto per i festeggiamenti del Carnevale. Da visitare la chiesa di San Giovanni Battista, che è interamente rivestita di mosaici, opera del maestro artigiano locale di indiscussa bravura Biagio Capparelli, che, con un bel sincretismo, mescolano i canoni bizantini più ieratici con vivaci puntate nell’attualità spirituale o con motivi decorativi del tutto moderni. Da visitare la preziosa piccola cappella, con un meraviglioso soffitto ligneo dipinto e un folto gruppo di reliquari lignei antropomorfi, messi in salvo da un vicino monastero diruto.

Un’altra tappa è Altomonte. La cittadina è stata soprannominata la “Spoleto della Calabria”, dal momento che offre la possibilità di passeggiare nelle sue strade godendo di squarci panoramici ed infiniti dettagli architettonici. Da visitare il Castello, con testimonianze medioevali, il Museo di Arte Sacra, che ha sede nel Convento dei Domenicani, dove ha studiato Tommaso Campanella (1568-1639), e la chiesa di Santa Maria della Consolazione. Di epoca angioina ed ispirato al gotico francese, questo magnifico edificio conserva all’interno – in parte barocco – opere di Simone Martini, Bartolomeo Daddi e tavole quattrocentesche. Belli il sepolcro trecentesco del feudatario Filippo Sangineto, i monumenti funebri dei Sanseverino e una lastra tombale dei Ruffo: un piccolo pantheon delle più potenti famiglie feudali di Calabria.

Non bisogna dimenticare Luzzi, e la sua Abbazia. Il nome, della Sambucina, è dovuto  alla rigogliosa fioritura di oleandri nella zona. Celebre monastero dell’XI secolo, benedettino prima e cistercense poi, ed imponente centro di potere culturale e religioso in Calabria, ha ospitato Gioacchino da Fiore e Carlo V. I numerosi rifacimenti che, nel corso dei secoli, si sono resi necessari a seguito di ripetute frane e terremoti, ne hanno mutato la fisionomia. In ogni caso, i maestosi e solitari resti mostrano ancora l’antica grandiosità del sito.  Fondata dai Benedettini intorno al 1140 e passata dopo circa dieci anni a Cistercensi, è stata fino alla metà del XVI secolo un importante centro religioso, artistico e culturale. A partire dalla fine del XVI secolo, complici frane e terremoti, ha inizio la decadenza, che si egrave; protratta senza soluzione di continuità fino al 1780, anno in cui, con lo scioglimento dell’ordine, l’abbazia viene definitivamente chiusa. Della struttura originaria, immersa tra gli oleandri, rimane ben poco: è tuttora visibile la parte centrale del portale, con un’scrizione recante la data dell’ultimo rifacimento (1625-26). Eppure, la poesia delle rovine si fa sentire con forza.

Longobucco è costruito su scoscesi dirupi erbosi. Nel fondo dell’imbuto formato dal villaggio sorgono il bel santuario cinquecentesco di Santa Maria Assunta e un piccolo Museo civico. La sua celebrità, Longobucco la deve, però, al perpetuarsi di un’antica tradizione di tessitura a mano (i materiali sono il lino, la canapa, la seta e perfino la preziosa ginestra).

Famoso per i grandi appezzamenti di terra dediti all’agricoltura, Cassano vive una seconda vita grazie all’antica Cossa, che edificata nel IX secolo su un anfiteatro naturale al limite della fascia che separa la piana di Sibari dal Pollino, è stata distrutta dai Crotoniati insieme alla vicina Sibarys. Nella parte bassa dell’abitato da visitare la Cattedrale, di origine bizantina ma ricostruita nei secoli XV e XVI e completamente rifatta sul finire del XVII secolo. All’interno sono ancora ben visibili tracce degli affreschi quattrocenteschi che ornavano le pareti.

Nella vasta piana bonificata attraversata dal fiume Crati, sorge l’antica Sybaris, fondata dagli Achei nell’VIII secolo a.C., distrutta dai Crotoniati nel VI secolo, risorta con nome di Thoùroi, su “disegno” di Ippodamo da Mileto ed infine romanizzata col nome di Copia. Quasi nulla rimane della Sybaris greca, se non il mito amabile dei suoi costumi raffinati e dei suoi gusti sofisticati. Sulla Sybaris greca François Lenormant, archeologo e scrittore ottocentesco, ha scritto pagine ispirate e nostalgiche che quasi ci compensano per la totale scomparsa della città antica. L’occhio del viaggiatore deve dar fondo qui ai suoi poteri visionari, immaginando quel che non c’è più o ricostruendolo dal poco che ne è rimasto. La Sibari successiva ha lasciato maggiori vestigia. Si visitano il Parco Archeologico, stupefacente per l’ampiezza e la grandiosità delle piante degli edifici scomparsi, e il Museo Archeologico Nazionale della Sibaritide, inaugurato nel 1996. Nei dintorni, si vedono i laghi di Sibari, una bella laguna costiera trasformata in darsena per imbarcazioni da diporto.

Ospitale paesino, già feudo della famiglia Pignatelli, Cerchiara di Calabria deve essere visitata. In particolare il Santuario di Santa Maria dell’Armi. La costruzione, risalente al XV secolo ed assai rimaneggiata nel XVIII secolo, sembra uscire fuori dalla parete di un immenso pinnacolo roccioso; la piccola chiesa ha l’atmosfera e la profusione decorativa degna di una chiesa ortodossa d’Oriente.

Cittadina in posizione panoramica e dalla tormentata storia feudale, Corigliano è ricca di chiese settecentesche e di un bel castello quattrocentesco, già dei principi Ruffo, Corigliano è una testimonianza tipica della civiltà artistica e devozionale calabrese.  È un edificio imponente e severo, circondato da quattro torri cilindriche. Della originaria costruzione, databile all’XI-XII secolo, che fu proprietà dei principi Ruffo prima e dei baroni Compagna poi, rimane oggi solo la base del mastio. La parte inferiore, infatti, fu costruita nel XV secolo come fortilizio per le guarnigioni. Il Castello è stato recentemente sottoposto ad un lungo e laborioso intervento di restauro conservativo e funzionale, che ha permesso il recupero dell’intero edificio. Bellissimi gli interni, molti dei quali abbelliti con raffinati ed inattesi effetti trompe l’oeil.

Uno dei principali centri bizantini della Calabria è Rossano, dove possono essere visitati la piccola chiesa della Panaghia, del XII secolo, e la chiesa di San Marco, del X secolo, con tracce di ieratici affreschi. Nella Cattedrale si venera un’immagine della Madonna Acheropita, e cioè “non dipinta da mano umana” bensì angelica, affresco bizantino dei secoli VIII-IX. Il gioiello di Rossano, custodito nel Museo diocesano, è il codex purpureus rossanenisis, un evangelario eseguito in Palestina, splendidamente miniato e con le lettere di colore argento. Alla chiesa di Santa Maria del Pàtire (e cioè del Padre) – vera apoteosi della spiritualità monastica orientale – si arriva attraversando oliveti e lecceti, e con vista su emozionanti squarci panoramici.

San Demetrio è un importante centro degli albanesi di Calabria, ancora oggi sede di un Collegio italo-albanese di antica e grandissima tradizione. Bellissima l’Abbazia di Sant’Adriano, del X secolo, una vera e propria antologia dell’arte sacra calabrese, in cui gli elementi superstiti dell’originario impianto bizantino-basiliano dialogano con ampi e ricchi decori settecenteschi. Di particolare interesse la chiesa, ove sono ancora visibili tracce di affreschi di gusto bizantino databili alla fine del XII secolo.

Paese albanese della Sila greca, le cui origini si fanno risalire all’incirca all’896, Santa Sofia d’Epiro conserva lingua e tradizioni della sua antica origine. Di particolare interesse la chiesa madre, dedicata a Sant’Attanasio. Eretta nel 1742 a cura di maestranze locali, è stata ampiamente rimaneggiata nella seconda metà del XX secolo. L’interno è stato decorato alla maniera bizantina tra il 1977 e il 1982.

Situato in una bella cornice di montagne boscose, Vaccarizzo è  abitato da albanesi, ha un indubbio decoro e mostra un visibile impegno a migliorare il suo look. Le due chiese, entrambe dedicate a Santa Maria di Costantinopoli, sono l’una di rito latino, l’altra di rito greco. Da visitare il piccolo Museo Etnico.

Macchia è il fulcro delle comunità albanesi in Calabria. Ci si arriva da San Demetrio Corone percorrendo una bella e antica strada di montagna, stretta e tortuosa. Il borgo è davvero piccolissimo e sembra come sospeso nell’aria, tanto è il silenzio, diremmo d’altri tempi, che vi regna. Poche ed aggraziate le case, tutte in pietra. Da visitare quella dove ha vissuto Gerolamo De Rada, poeta e padre spirituale degli albanesi di Calabria, una singolare figura di aedo, di profeta e di erudito.

Antica metropoli dei Bruzi, Cosenza è oggi una vasta e vivace città moderna. La parte antica, aggrappata al colle Pancrazio ed estesa sulla riva del fiume Crati, ricca di fascino, e di palazzi e grandi chiese. Una tradizione leggendaria vuole che nelle acque deviate del fiume Busento sia stato sepolto, insieme con i suoi tesori, Alarico, re dei Visigoti. Illustre fu la sua Accademia, ancora oggi in vita; e celebre fu il suo cittadino filosofo, Bernardino Telesio. Belli da visitare il Duomo, il complesso monastico San Francesco d’Assisi e la quattrocentesca chiesa di San Domenico. Una visita va fatta anche al Museo di Palazzo Arnone, al Castello, sorto nel X secolo, e alla Casa delle Culture, un interessante esperimento sulle culture contemporanee.

Collocato ai piedi della Sila, il piccolo centro storico di Rende, ordinato e ben curato, è ricco di bei palazzi rimessi in buono stato e belle chiese: la Chiesa Madre Santa Maria della Neve e la Chiesa di Santa Maria di Costantinopoli. Da visitare il Museo Civico (Palazzo Zagarese) e il Centro per l’Arte Contemporanea (Palazzo Vicari).

Vivace paese silano, splendidamente affacciato sulla conca di Cosenza, nell’Alta Valle del Crati, Spezzano della Sila deve la sua fortuna alle chiese di San Biagio, San Pietro e San Francesco di Paola, in cui trionfano i magnifici legni intagliati, intarsiati e dorati della tradizione calabrese.

Sempre nella provincia di Cosenza, a Camigliatello Silano, paese nato per la villeggiatura e per gli sport invernali. È tuttavia un centro importante per la sua posizione nel cuore della Sila.  Da qui partono anche numerose escursioni nei boschi circostanti, dove domina incontrastato il pino loricato, o sui bei laghi vicini, e per la sede del Centro Visitatori del Parco Letterario, situato all’interno di un monumentale edificio, la Torre di Camigliati, circondato da un curatissimo landscape collinare e boschivo. Camigliatello Silano dispone anche di una seggiovia e di una cabinovia.

Sorge sulle pendici della Sila Piccola ed è un centro agricolo e commerciale, così Rogliano è un centro di fondazione romana, fu poi un dei “casali” di Cosenza e patria di prelati e patrioti; si specializzò nell’intaglio del legno e nell’arte degli scalpellini. Belli e da visitare sono la chiesa di San Giorgio ed il piccolo Museo di arte sacra. 

Vivacissimo e ripido paese, San Giovanni in Fiore è dominato dal ricordo del profetico coelicola (abitante dei cieli) Gioacchino da Fiore (XII secolo), che qui fondò il suo archicenobio, acquisendo fama e venerazione immense. Da visitare l’antica ma rimaneggiata Badia Florense, che coniuga monofore cistercensi con cori lignei seicenteschi, e, attiguo all’Abbazia, il Museo demo-antropologico della civiltà contadina.

Paesino salubre e montuoso, costruito su un crinale di bosco, da cui si gode un bellissimo panorama sul fertile Marchesato di Crotone, Castelsilano è stato edificato intorno alla seconda metà del XVII secolo, quando il principe di Cerenzia ha deciso di far costruire  una struttura fortificata dove alloggiare durante i mesi estivi e le lunghe battute di caccia. Da qui il nome Casino, che ha conservato fino al 1950. All’interno del paese sono presenti alcuni murales, alcuni sono è opera di Franco Candido e raffigurano  antichi mestieri. L’opera ha il senso di una via crucis che rammemora un’antica identità scomparsa, ma anche quello di un giusto orgoglio artigiano e di una piccola enciclopedia visiva della vita di una comunità.

Luogo di grandi attrattive naturalistiche  a Verzino si possono visitare grotte fluviali, cave di alabastro e una sorgiva di acqua sulfurea. Bei panorami.

La tappa successiva porta in territorio crotonese e più precisamente a Caccuri, dove si può visitare un imponente castello medioevale, che rifatto secondo il gusto del XIX secolo e ininterrottamente abitato fino ad oggi, è sede di uno dei premi letterari più belli e particolari del bel paese (Premio Caccuri). Ma Caccuri non è solo il castello, è anche la Chiesa della Riforma, un vero museo di quei prodigiosi altari, intagliati e dorati, così tipici dell’arredo sacro calabrese.   Il Castello si eleva su uno sperone di roccia, con effetti rocaille e muraglioni altissimi e strapiombanti. Il bel giardino chiuso è oggi una piccola villa comunale, ma il coup de théâtre che il castello riserva al visitatore è l’immenso panorama mozzafiato che si contempla dall’alto della torretta portabandiera. La Chiesa della Riforma è invece caratterizzata da un bellissimo il portale, databile alla prima metà del XVI secolo. Nella chiesa sono raccolti numerosi magnifici esemplari di altari, cori, cantorie, pulpiti e troni di legno intarsiato e dorato così caratteristici della Calabria montana. Lavori certamente modesti, ma di un’eleganza straordinaria, con gli ori patinati dal tempo e i colori addolciti e sbiaditi dall’uso.

Nella zona dello storico marchesato di Crotone, Santa Severina, antichissima residenza episcopale, appare come appollaiato su un’erta rupe e orgogliosa delle sue origini bizantine e normanne: un antico quartiere porta ancora il nome di La Grecìa. All’ingresso dell’abitato sorge la chiesetta bizantina di Santa Filomena, di foggia armena; sulla monumentale ed armoniosa piazza, ariosa e soleggiata, si affacciano la Cattedrale (XIII secolo) con pregevoli opere, il più antico Battistero, dove quattro antiche colonne di granito e un fonte purpureo danno un’infinita suggestione allo spoglio edificio, ed infine il Castello, impressionante per mole, e voluto, forse, da Roberto il Guiscardo. Frammenti bizantini sono sparsi nell’abitato.

E come dimenticare Cirò. Sede di vigne e di vini doc, il piccolo centro storico, poco distante dal mare e da Punta Alice ha un centro archeologico di grande importenaza: il Krìmisa promontorium degli antichi, dove si trovano i resti del Tempio di Apollo Aleo (V secolo a.C.), che custodiva le mitiche frecce e la faretra di Ercole. Interessante l’impianto urbanistico, intricato e fitto, con viuzze strette e tortuose e con resti della cinta muraria medievale. Torre Melissa ospita la sede del GAL Consorzio Sviluppo Alto Crotonese, istituito nel 1994 ed impegnato in attività di valorizzazione, economica e culturale, dell’area del Marchesato di Crotone.

Dominata da un Castello e cinta da baluardi cinquecenteschi a difesa delle incursioni saracene, Crotone, città di fondazione achea, è stata celebre per l’austero governo aristocratico di Pitagora, le leggendarie vittorie sportive dell’atleta Milone, la vittoria su Sibari e la lunga ospitalità offerta ad Annibale. I ricordi della Crotone greca si conservano nel Museo Archeologico. Nel Duomo si venera la Madonna Nera di Capo Colonna, di gusto bizantino. In città, nel centro storico, si arroccano chiese, palazzi nobiliari e il Museo civico. 

Diventato celebre per la sua colonna, Capocolonna a Crotone è un famoso centro archeologico calabrese. Qui, sulla punta più orientale della Calabria, circondato da un bosco sacro, sorgeva uno dei principali santuari della Magna Grecia: il tempio di Hera Lacinia, espressione del genio infallibile della civiltà magnogreca per la geografia simbolica. Imponente, venerato e ricchissimo, il tempio custodiva tesori immensi. Depredato più volte già nell’antichità, il tempio è stato ampiamente saccheggiato al principio del XVI secolo per la costruzione del porto di Crotone e di numerosi edifici della città. Delle quarantotto colonne di un tempo ne resta oggi solo una, che si staglia solitaria sullo sfondo del mare, struggente nella sua solitudine.

A circa 10 chilometri a sud dell’abitato è il promontorio di Capo Rizzuto, segnalato da un faro. Qui, su un isolotto che scruta un mare mirabile e sconfinato, sorgono Le Castella. È questo il nome di alcuni imponenti resti -ampiamente restaurati – di un castello aragonese, l’unico rimasto tra le tante fortificazione costruite nella baia. Delle struttura originaria, ampiamente ricostruita nei primi decenni del XVI secolo e successivamente più volte rimaneggiata, resta solo la massiccia torre cilindrica. Il luogo è di grande suggestione: vi si respira come un’aria di confine e si ha quasi l’impressione di trovarsi in partibus Orientis. A Le Castella ebbe inizio la vita romanzesca di Giovan Dionigi Occhiali, detto Ucciali: famoso rinnegato, divenuto prima ammiraglio della flotta turca e poi pascià di Tripoli e Tunisi.

Un viaggio splendido l’attraversare quegli altipiani, con la vista dello Ionio dall’alto e il panorama dell’ampia vallata del Crati e dell’alta catena del Pollino, avvolta nella bruma del primo autunno, poggiando lo sguardo sui fianchi delle colline coperti di olivi. La strada gira intorno ai precipizi, dove scendono dal monte i ruscelli; sono ricoperti di querce da sughero, lecci e altra vegetazione; tra i rami volano rigogoli, ghiandaie, upupe e coracie garrule. Nell’inverno i gelidi venti dell’Appennino spazzano questi monti, ma in questa stagione è una zona stupenda”.

 

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