Da Hanging Rock ad Amityville, passando per la foresta dei suicidi e le Piramidi. Viaggio alla scoperta dei luoghi misteriosi

Sono reali, ma anche avvolti nel mistero. Su di loro aleggiano leggende e storie ricche di suspense come nei migliori film fantasy e dell’orrore. Ma spesso i luoghi del mistero che andremo a scoprire raccontano mezze verità e sono legati con un doppio nodo alle storie di mistero realmente accadute.

Così tra misteri e leggende inizieremo un viaggio in giro per il mondo alla coperta dei luoghi più “oscuri” che hanno lasciato tracce di sé anche sui media. Si parte dall’Australia, e in particolar modo da un luogo molto caro tanto a Peter Weir, quanto a Joan Lindsay, sto parlando di Hanging RockQui il tributo di Francesco Ierardi, realizzato a Petilia Policastro.

Conosciuto come Monte Diogene, la formazione geologica si trova nello stato del Victoria centrale in Australia. Con i suoi 718 metri troneggia tra le cittadine di Newham ed Hesket. Hanging Rock si trova all’interno del territorio della nazione Wurundjeri. Sarebbe stata evitata molto spesso perché si riteneva che fosse abitata da spiriti, tanto da diventare una delle location più particolari per ambientari romanzi e film. Hanging Rock è infatti il luogo di ambientazione del romanzo Picnic a Hanging Rock, scritto da Joan Lindsay e pubblicato nel 1967. Il romanzo racconta della scomparsa di alcune studentesse durante una visita al luogo. La spiegazione della loro scomparsa era narrata nel capitolo finale del libro, ma la scrittrice ha eliminate questa parte su ordine dell’editore, pensando che il mistero sarebbe stato più intenso senza di esso.

Dal romanzo è stato tratto il film Picnic ad Hanging Rock del 1975, diretto da Peter Weir. Il successo del film ha portato a un sostanziale incremento delle visite al luogo e a un rinnovato interesse rispetto alle leggende che lo circondano. Sebbene non esista alcun riferimento al fatto che la storia sia tratta da una vicenda realmente accaduta, la scrittrice non ha mai smentito di aver letto un articolo di cronaca nera relativo alla scomparsa di alcune ragazze. Tuttavia con l’uscita del romanzo la curiosità dei lettori ha spinto la scrittrice a scrivere un breve capitolo, di appena 50 pagine, in cui tenta di dare una soluzione al mistero. E se proprio ci tenete si trova qui.

Tuttavia dopo l’uscita del film la curiosità ha portato alle pendici delle rocce numerosi esploratori curiosi.  Erano tutti convinti che il luogo avesse in se qualcosa di magico, ma le autorità australiane hanno poi allontanato i  curiosi dicendo che la storia narrata nel romanzo fosse pura fantasia. Poi in effetti qualcuno dice di aver trovato alcuni articoli di giornali locali che parlavano della scomparsa di alcune ragazze ad Hanging Rock, ma la datazione non è delle più recenti e molti dettagli sono stati omessi o persi. Pare che a grandi linee il romanzo della Lindsay rispecchi i fatti accaduti e che alcune studentesse il 14 febbraio del 1900 organizzarono un ritrovo assieme alla loro insegnante ai piedi della formazione.

Ma cosa sarebbe successo quel giorno ad Hanging Rock? Geologicamente Hanging Rock è molto irregolare e tra le rocce che la compongono ci sono molte grotte, sentieri e labirinti, alcuni dei quali difficilmente esplorabili anche oggi. L’ipotesi più probabile (e quella che fu data dalle autorità) è che si siano perse in qualche anfratto o siano cadute in una crepa e li siano morte nelle profondità della montagna.

Sono poi state formulate teorie più “azzardate”. Secondo alcuni le ragazze e l’insegnante sono state rapite e violentate da un loro coetaneo (o più probabilmente più uomini) che le diedero appuntamento lontano dal gruppo per nono attirare su di loro l’attenzione. Il luogo è isolato e solo qualcuno che fosse a conoscenza della loro meta avrebbe potuto far loro del male. A conferma di ciò una delle ragazze è stata  trovata nuda e delle altre vennero trovati gli indumenti . Si pensa che siano state uccise e poi gettate in qualche grotta o nascoste chissà dove.

Particolare è la tesi del rituale aborigeno fatto di sacrifici umani. Si pensa che un gruppo di sciamani del luogo abbia attirato le ragazze con suoni e rumori per poi catturarle e compiere con loro dei riti (lo dimostravano i segni trovati sulla sopravvissuta). La ragazza ritrovata sarebbe scappate ai suoi aguzzini e per sua fortuna sarebbe caduta nel crepaccio passando inosservata.

Attenzione l’ipotesi trattata più “particolare” è quella relativa agli Ufo. Ebbene sì, avete capito. Per alcuni studiosi  Hanging Rock sarebbe un luogo in cui ancora oggi succedono cose molto strane, al limite del paranormale. Secondi gli ufologi questa formazione sarebbe sede di un varco dimensionale utilizzato da entità extraterrestri per spostarsi nei vari piani e le figure luminose intraviste dalla prima ragazza sarebbero appunto le entità che avrebbero rapito le altre per condurle chissà dove.

Ipotesi suffragata anche dalla suggestione di numerosi turisti che, una volta saliti su una delle tre mammelle, dicono di aver notato disturbi agli apparecchi elettronici, batterie di macchine fotografiche che si scaricano in pochi secondi, orologi che si fermano e riprendono a funzionare una volta lasciato il sito, bussole impazzite. Fin qui si può spiegare la cosa con un intenso campo magnetico, ma andiamo avanti.

Ci sono poi le credenze degli aborigeni, che affermano che ad Hanging Rock dimorino degli spiriti malvagi che risalgono dalle profondità della terra e risucchiano al vita di chiunque si avventuri nei loro territori. Alcuni affermano che ad Hanging Rck si invecchi a velocità incredibili, consumando interi anni in poche ore.

Ma torniamo al luogo, Hanging Rock è un mammellone, che si è formato 6,25 milioni di anni fa da un magma rigido fuoriuscente da un camino e solidificatosi sul posto. Vicino alla struttura principale ci sono  altri due mammelloni, formatisi nello stesso periodo: il Camels Hump (“Gobba di Cammello”), a sud, sul Monte Macedon, e il Crozier’s Rocks, ad est. Questi tre sono costituiti da solvsbergite, una forma di trachite reperibile soltanto in altri due o tre luoghi al mondo. mentre il magma di Hanging Rock si raffreddava e si contraeva, si spaccò in colonne grezze.

Il nome ufficiale della roccia, Monte Diogene, è stato dato dal suo custode Robert Hoddle nel 1844, proseguendo la tradizione dei numerosi nomi presi dalla storia greca conferiti dall’esploratore Thomas Mitchell durante la sua spedizione attraverso il Victoria nel 1836, che passò in vicinanza di Hanging Rock. Altri nomi del genere no Monte Macedon, il Monte Alessandro e il Fiume Campaspe.

Hanging Rock è tuttavia il centro della Riserva Ricreativa di Hanging Rock, una riserva pubblica gestita dal governo locale. La riserva comprende anche una foresta, una pista equestre, aree da picnic, ruscelli, un bar e un interpretation centre dedicato alla comprensione del luogo. La riserva costituisce l’habitat per vari endemismi di floristici e faunistici, tra cui koala, wallaby, opossum, aquile e kookaburra. Da più di un secolo vi si tengono corse di cavalli.

Mistero suscita anche Ayers rock, o in lingua aborigena Uluru. Inserito nella lista dei Patrimoni mondiali dell’Umanità dell’Unesco dal 1987, la roccia sorge a circa 450 chilometri dalla città più vicina, Alice Springs, e a quasi 2mila chilometri dal capoluogo Darwin. Uluru Ayers Rock, infatti, misura 380 metri di altezza, ma ben 7 chilometri sono sotto la superficie terrestre. In pratica è come un gigantesco iceberg fatto di roccia arenaria anziché di ghiaccio. Ma non è tutto. Uluru non è un solo monolite, ma è formato da altre due montagne: Kata Tjuta e il Monte Conner.

Secondo alcuni scienziati, questo immenso monolite potrebbe essere in realtà quel che resta di una luna terrestre, assai simile morfologicamente alla marziana Phobos, caduta intorno a 3,5 miliardi di anni fa e conficcatasi nel nascente scudo continentale australiano.

Uluru è visibile da decine di chilometri di distanza ed è celebre per la sua intensa colorazione rossa, che muta in maniera spettacolare dall’ocra, all’oro, al bronzo, al viola, in funzione dell’ora del giorno e della stagione. Motivo per cui non ci si stanca mai di guardarlo e di fotografarlo. Questi effetti di colore sono dovuti a minerali come i feldspati, che riflettono particolarmente la luce rossa. Il massiccio è costituito in larga parte di ferro e il suo colore rosso è dovuto all’ossidazione.

Secondo il mito, Tatji, la Lucertola Rossa, che abitava nelle pianure, giunse a Uluru, lanciò il suo kali (boomerang) che si piantò nella roccia. Tatji scavò la terra alla ricerca del suo kali, lasciando numerosi buchi rotondi sulla superficie della roccia, tuttora visibili. Questa parte della storia è volta a spiegare alcuni insoliti fenomeni di corrosione sulla superficie del monolite. Non essendo riuscito a trovare il suo kali, Tatji morì in una caverna; i grossi macigni che vi si trovano oggi sono i resti del suo corpo.

Un altro mito riguarda due fratelli bellbird, un uccello australiano della famiglia dei passeri, che cacciavano un emù. L’emù fuggì verso Uluru e due uomini lucertola dalla lingua blu, Mita e Lungkata, lo uccisero e lo macellarono. Alcuni grossi macigni nei pressi di Uluru sarebbero pezzi della carne dell’emù. Quando i fratelli bellbird giunsero sul posto, gli uomini lucertola diedero loro un misero pezzetto di carne, sostenendo che non c’era altro. Per vendetta, i fratelli bellbird diedero fuoco al riparo degli uomini lucertola. Questi cercarono di fuggire scalando le pareti della roccia, ma caddero e arsero vivi. Questa storia spiega i licheni grigi sulla superficie della roccia nella zona dove si sarebbe tenuto il pasto (che sono considerati traccia del fumo dell’incendio) e due macigni semi-sepolti (i resti dei due uomini lucertola).

I miti e le leggende del dreamtime sono rappresentate da numerosi dipinti rupestri lungo la superficie di Uluru. Secondo la tradizione aborigena, questi dipinti vengono frequentemente rinnovati; fra gli innumerevoli strati di pittura, i più antichi risalgono a migliaia di anni fa. Diversi luoghi lungo il perimetro dell’Uluru hanno valenza religiosa particolarmente forte e i turisti che li visitano sono soggetti a diversi livelli di proibizione (per esempio di non avvicinarsi a determinati luoghi o non scattare fotografie).

Per quanto riguarda il legame con i media vi consiglio di guardare il film “Un grido nella notte” che racconta la storia, realmente accaduta, della piccola Azaria Chamberlain, scomparsa nei pressi della montagna sacra durante un campeggio dei genitori. La madre, Lindy Chamberlain, ha sempre sostenuto che la piccola fosse  stata rapita da un dingo, ma è stata accusata di omicidio e poi arrestata. Dopo numerosi appelli, e un certo periodo passato in cella, la Chamberlain è stata prosciolta dopo il ritrovamento degli abitini insanguinati della bimba.

Il luogo di cui vi parlerò adesso è invece stato immortalato sulla copertina dell’album dei Led Zeppelin Houses of the Holy. Parlo ovviamente del selciato del gigante. Si tratta di un affioramento roccioso naturale sulla costa nord est irlandese a circa 3 km a nord della cittadina di Bushmills, nella contea di Antrim in Irlanda del Nord composto da circa 40 000 colonne basaltiche di origine vulcanica. Il sentiero è stato inserito nella lista dei Patrimoni dell’umanità dell’Unesco nel 1986; la costa su cui insiste il sito, è una riserva naturale nazionale dal 1987 gestita dal National Trust for Places of Historic Interest or Natural Beauty. La leggenda più diffusa riguarda il gigante Finn McCool, che avrebbe costruito un selciato per raggiungere a piedi la Scozia per combattere il gigante rivale, Angus.

Secondo un’altra versione, Finn sarebbe caduto in un sonno profondo prima di andare in Scozia, per questo motivo quando Angus ha raggiunto il luogo per cercare l’amico, la moglie Oonagh avrebeb coperto con un drappo il marito Finn, per poi pretendere di convincere il rivale che in realtà quello fosse il loro bambino. In una variante, avendo visto l’enorme stazza del nemico, è lo stesso Finn a dire alla moglie di preparare l’equivoco. In entrambe le versioni comunque, quando Angus ha visto la mole del “bambino”, ha pensato che il padre dovesse essere terribilmente gigantesco, ed è quindi scappato a casa terrorizzato distruggendo il selciato per evitare di essere inseguito. Un’altra versione della leggenda narra che Finn ha costruito la Causeway per permettere al suo rivale di raggiungere l’Irlanda dalla Scozia. Angus è stato sconfitto da Finn e la Causeway, terminata la sua funzione, è scomparso nell’Oceano. Altre storie meno diffuse vorrebbero che il selciato fosse stato costruito da un gigante innamorato per raggiungere la sua amata, che viveva in Scozia. Dall’altra parte del Selciato, sulla costa scozzese, l’isola di Staffa ha le stesse formazioni basaltiche, specialmente nella grotta di Fingal.

Rimaniamo sempre in Europa, ma spostiamoci, seppur di poco, in un altro stato: la Scozia. A pochi chilometri da Dumbarton, nel Dunbartonshire Occidentale, si trova Overtoun Bridge un ponte ad arco situato sulla Overtoun Burn sulla strada di accesso di Overtoun House. Nulla di strano per la struttura alta più di 18 metri e progettata dall’ingegnere civile H. E. Milner su commissione di Lord Overtoun nel 1895.

Il ponte è diventato famoso perché negli ultimi sessant’anni è stato il luogo in cui più di 600 cani hanno tentato di suicidarsi. Sì, avete letto bene, da questo ponte si sono gettati diversi esemplari di Collies, Golden Retriever e Labrador, e di questi almeno 50 hanno perso la vita.

Durante le giornate di sole, sempre nello stesso punto vicino i due parapetti finali sul lato destro del ponte, diversi cani si lanciano giù. Nel corso degli anni gli studiosi hanno tentato di dare una spiegazione a questo fenomeno con delle ipotesi più o meno verosimili e basate su teorie scientifiche. C’è chi ha parlato di un’indeterminata presenza di una stimolazione sensoriale che porta i cani a spingersi oltre al muretto e chi, come il professor Peter Neville della Ohio University, attribuisce questo istinto canino al forte odore di visoni maschi che attirerebbe i cani verso la morte.

Un’altra teoria è quella della presenza di un’anomalia acustica nella costruzione del ponte, che produce un suono udibile solo ai cani e che li spingerebbe a seguirlo oltre la cinta del muro. La più stravagante è quella attribuita alla presenza della così detta Dama Bianca di Overtoun: il fantasma di Lady Overtoun, moglie di un barone milionario appassionato di alchimia e riti satanici. Dopo la morte, la Dama Bianca avrebbe vagato tra il loro castello e il ponte, non trovando mai più pace e attirando i cani che ne percepiscono la presenza verso il vuoto.

Per costruire un passaggio sull’acqua era necessario sacrificare un’anima. E per farlo bisognava chiedere ai diavoli, gli unici a conoscere i segreti dei fiumi. Si poggia su questa tesi la leggenda della costruzione del ponte di Civita, chiamato appunto ponte del diavolo. Una tesi “sposata” in diverse parti di Italia e in diverse cittadine, tutte però accomunate dalla carenza di mezzi. Almeno nel Medioevo. La stessa sorte è capitata nel piccolo borgo del cosentino, dove per creare un collegamento sul Raganello nel 1840 diversi comuni del comprensorio hanno creato un consorzio per avviare la sua costruzione.

Il ponte del diavolo di Civita è una delle principali attrattive del luogo e simbolo del Parco Nazionale del Pollino, tanto da divenire meta ambita per migliaia di turisti. Il Ponte è a unica arcata a dorso d’asino a quota 260 sul livello del Raganello,  e costituisce un’ardita opera di ingegneria e un ottimo posto di osservazione. Le sue origini si perdono nella notte dei tempi con certezza è presente nel territorio di Civita dal Medioevo ma alcuni studiosi ipotizzano una costruzione ancora più antica, a causa del punto impervio in cui sorge, e degli scarsi mezzi di cui si disponeva un tempo, alla fantasia popolare sarebbe apparso  quasi impossibile che a costruirlo fosse stato l’uomo per cui la sua realizzazione è stata attribuita al diavolo.

La leggenda narra che sarebbe stato un proprietario terriero a chiedere al Diavolo di edificare un ponte sul torrente, in cambio dell’anima del primo essere umano che avesse attraversato il ponte. Il Diavolo ha accettato  e in una notte di temporale ha costruito il ponte. A quel punto il diavolo è rimasto in attesa del primo malcapitato che attraversasse il ponte, ma l’uomo astuto ha fatto attraversare il ponte ad una pecora quando il diavolo si è reso conto ha maledetto il ponte e ha tentato di distruggerlo, senza riuscirvi. Fra le risa dell’uomo il diavolo è precipitato nel torrente lasciando dietro di se una nuvola di fumo grigio.

Il ponte crollò la sera del 28 marzo 1998 mentre imperversava un violento temporale proprio come le notte in cui è stato costruito. Dal 25 gennaio 2005 è tornato a risplendere in tutta la sua maestosità. Di recente è stata rinvenuta documentazione che attesta che il ponte sarebbe stato costruito o ricostruito intorno al 1840,da un consorzio di comuni per permettere di attraversare la voragine del Raganello.

Spostiamoci a sud, e più precisamente in Egitto dove sorge una delle Necropoli che comprende l’unica tra le sette meraviglie del mondo antico secondo la lista redatta da Antipatro di Sidone che sia giunta sino ai giorni nostri: la Piramide di Cheope. La Necropoli si trova nella piana di Giza, alla periferia del Cairo, in Egitto. Costituiva una delle necropoli di Menfi, capitale dell’Antico Regno egizio, e dista 8 km circa dall’antica città di Giza, sul Nilo, e 25 km circa dal centro del Cairo in direzione sud-ovest. La forma piramidale è stata adottata dai costruttori egizi perché oltre al culto dei faraoni era praticato anche quello del Sole: gli spigoli della Piramide rappresenterebbero i raggi solari che scendono sulla terra e la Piramide stessa la scala per salire al cielo. Gli egizi erano molto precisi nell’orientare ciascuna delle quattro facce in direzione di uno dei punti cardinali, come proprio le tre grandi Piramidi di Giza testimoniano.

Intorno alle Piramidi esistono diverse interpretazioni, come quella enunciata nel libro del 1994 Il mistero di Orione (The Orion Mystery), scritto da Robert Bauval e Adrian Gilbert, best seller internazionale, cerca di dimostrare che le tre principali Piramidi della piana di Giza siano accuratamente allineate con le stelle che formano la “cintura” della costellazione di Orione. La realizzazione dei tre enormi monumenti sepolcrali rientrerebbe in un grande e articolato progetto astronomico fatto realizzare dai faraoni nel corso del tempo. Nel libro i due autori, studiando in particolare la Piramide di Cheope, avanzano anche l’ipotesi che gli antichi egizi conoscessero bene il fenomeno astronomico chiamato precessione degli equinozi.

Secondo Andrew Collins, un altro autore in materia che notò come l’allineamento con le tre stelle della costellazione di Orione non fosse per nulla perfetto, le tre Piramidi di Giza corrisponderebbero invece a un altro gruppo di stelle nella costellazione del Cigno: le cosiddette ali del Cigno (le stelle ε, γ e δ Cygni), che corrisponderebbero alla perfezione con le tre Piramidi.

Voliamo in Giappone alle pendici del monte Fuji. Proprio qui si erge una delle foreste più rappresentate nei film: la Aokigahara, ovvero la foresta dei suicidi.  Ogni anno qui, vengono rimossi i corpi di moltissime persone che si impiccano tra la fitta vegetazione, per questo motivo la Foresta è il secondo posto, dopo Golden Gate Bridge di San Francisco, scelto da chi vuole togliersi la vita.

Un luogo inquietante tanto da essere stato set cinematografico dell’horror The Forest, Jukai, la foresta dei sogni, Aokigahara con i suoi 35 chilometri immersi nel silenzio totale senza alcun tipo di fauna, rende  l’atmosfera inquietante.

Non a caso si trovano cartelli in cui c’è anche un numero da chiamare in caso di bisogno. In tutta la foresta dei suicidi ci sono poi delle cabine telefoniche ma ciò non toglie che il numero dei suicidi rimane quello di un centinaio all’anno.  Secondo una leggenda, le persone sono attratte da forze innaturali che li inducono alla morte. Alcuni sopravvissuti dicono addirittura di aver avuto la sensazione di essere stati chiamati dalla foresta. Aokigahara, nella tradizione giapponese, è stato sempre un luogo di demoni e fantasmi dove venivano abbandonati, secondo l’usanza ubasute, i malati. Proprio queste vittime lasciate morire sarebbero diventati fantasmi vendicativi. Le anime prigioniere sono condannate a vivere eternamente intrappolate tra gli alberi, invitando i visitatori a unirsi a loro.

Una foresta, dunque, che avrebbe potuto essere straordinaria a livello paesaggistico, si è trasformata in un luogo di corde appese e corpi in decomposizione. A nulla sono serviti i tentativi di trasformarla chi c’è stato difficilmente vi ha fatto ritorno.

 

Amityville da tranquilla località degli Stati Uniti d’America nella Contea di Suffolk, nello Stato di New York, nel 1974 si è trasformata in un luogo di vero e proprio orrore. Era novembre, quando Ronald DeFeo Jr. ha ucciso tutti i sei membri della sua famiglia nella loro casa al 112 Ocean Avenue. Nel dicembre 1975 George e Kathy Lutz e i tre figli di Kathy si trasferscono nella casa, ma la lasciano dopo ventotto giorni asserendo che la casa fosse infestata da fantasmi. Il libro di Jay Anson è basato su questi fatti con l’aggiunta però di alcuni elementi inventati al solo scopo di ottenere più successo. Lo scrittore ha infatti dato vita a un romanzo horror dal titolo “Orrore ad Amityville”, in cui sono stat narrati tutti i fatti dal 1974 al 1979. Il romanzo, così come i film da esso tratti e la stessa storia della casa infestata, sono tutt’oggi oggetto di discussioni e controversie.

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