Son tutte belle le mamme del mondo

10917792_10206541845529356_7803357087171305278_oHo imparato ad allacciare le scarpe a 5 anni. Era una calda giornata di maggio e dopo pianti e urla per l’assenza del fiocco, mia madre si è seduta accanto. Con pazienza mi ha spiegato il metodo per allacciare le scarpe. Da allora il fiocco viene, ma al contrario. Come tante altre cose della mia vita. Il metodo di mettere il dentifricio sullo spazzolino per esempio, con la testa rivolta verso il basso, sfatando tutte le leggi della fisica e della forza di gravità. Le cose strane, “le cose fatte alla Enrica”, come diceva mia madre.

up-movieGrazie a mia madre ho imparato le tabelline. Ho scoperto che 6×6 fa 36 e 9×9 81. La memoria non è mai stata il mio forte, riuscivo e riesco ancora a dimenticare tutto, figuriamoci numeri e versi di poesie. Quando tornavo a casa da scuola con i compiti, tra cui poesie da imparare a memoria erano dolori. Mia madre sapeva che avremmo impiegato tutto il pomeriggio per memorizzare i versi. È successo per Foscolo, Leopardi, Manzoni. Forse la poesia che ho imparato quasi senza problemi era una di Terzani. Sarà per questo che ancora oggi amo immergermi nelle parole di Terzani.

Mia madre mi ha insegnato a essere libera, e a rendere liberi. Mi ha cresciuta libera. Di scegliere le storie che ho iniziato e quelle che ho chiuso, i lavori che ho preso e quelli che non ho mai preso in considerazione. Mi diceva di scegliere le cose che mi avrebbero fatto stare bene: “Ogni cosa – diceva – deve farti stare bene. I lavori sono come le storie d’amore, devono essere un incontro non uno scontro”. Filosofia che ho applicato e ho cercato di applicare in tutto. Dal lavoro all’amore, passando per l’amicizia e per tutto il resto. Sono stata libera di amare. La libertà totale è saper dare senza interessi, perché è proprio da quell’aspettativa che nascono le complicazioni. I litigi. La mancanza di fiducia. I ponti che crollano. La libertà di non voler indietro nulla perché si basta a sé stessi ma la libertà di pensiero allo stesso tempo, consapevoli di aver fatto la cosa giusta. Di non peccare di egoismo. Mia mamma era così. Era una donna che ha allevato i suoi tre “gioielli” senza voler nulla in cambio, con il cuore che le esplodeva di gioia solo per il fatto di averci visto crescere. Ci ha guidati, ma non ci ha mai spinto verso la direzione che magari lei avrebbe voluto per noi. La mamma che dopo anni di sforzi e duro lavoro per formarci nelle persone che siamo diventate, ci ha visto prendere il pacchetto di valori che ci ha trasmesso e uscire di casa. Proprio quella signora che in molti casi farebbe di tutto per tenere i figli a casa, ma sa che l’amore è libertà prima di tutto.

Mia madre era cocciuta. Come un asino, lo stesso che a cinque anni nel paese di mia nonna mi ha sbalzata per terra con un colpo di coda, lo stesso sul quale sono salita piangendo come una fontana. Ricordo ancora come ero vestita: maglietta e pantaloncini turchese. Accanto a me mamma e Daniela, e il padrone dell’asino. Ancora oggi dopo quasi 30 anni gli asini mi inquietano. Strano perché si dovrebbe avere paura dell’altezza, della morte, di rimanere soli. Eppure i muli mi fanno ancora uno strano effetto.

65582_10200757771651124_1613266977_nMia madre mi ha insegnato a non avere paura. Mi ha insegnato a non dare peso alle minchiate che la gente dice in giro, al giudizio degli altri e al futuro. Mi ha insegnato che la vendetta rende schiavi e che serve solo per fare inaridire l’animo. Mi diceva di avere pazienza e aspettare che le cattive persone si mostrassero per quello che erano. Un concetto più edulcorato del proverbio cinese: “Siediti lungo la riva del fiume e aspetta, prima o poi vedrai passare il cadavere del tuo nemico”. Quanta saggezza aveva mia madre.

Mi ha sempre insegnato a vivere il presente, nonostante tutto. A godere del momento e a prendere quello che è possibile prendere. “Oggi c’è, domani non si sa”, diceva mentre fumavamo la sigaretta con la tazza di caffè davanti a noi. “Vivi come se dovessi vivere per l’ultimo giorno”, mi diceva tra una boccata e l’altra “domani non sai quello che potrà accadere”. Aveva ragione. Sarà per questo che odio l’idea di avere rimpianti, di lasciare indietro cose che potrebbero essere importanti.

483310_4343802757094_1037659369_nMia madre era una casalinga, ma non sapeva di essere una “maestra”. Questo non lo sapevo neanche io, fino a quando è venuta a mancare. Spesso capitava di avere scontri, anche molto accesi, che si concludevano con la solita frase detta da entrambe le parti: “Non voglio essere come te”. Poi a mente lucida capivamo di essere simili, molto simili. E il giorno del funerale quando il prete parlava della Madonna (era il giorno dell’Immacolata di due anni  e mezzo fa) ho capito che il modello che ho sempre inseguito era davanti ai miei occhi. E che per fortuna avevo preso la sua forza e il suo coraggio. Il modo strano di prendersi gioco delle malattie e di ridere sulle piccole sfortune che quotidianamente condivano la sua vita.

Grazie a mia madre ho imparato a cucinare. Una vera e propria sfida, visto che il giorno che mi sono trasferita per andare all’università mi sono trovata davanti i fornelli e l’unica cosa che sapevo fare era riscaldare il latte. Ricordo ancora la prima volta che ho fatto il thè. Ho svegliato mia sorella per chiedere come avrei dovuto fare. Ecco perché per mangiare mi affidavo a Manu, lei brava, bravissima in cucina, era capace di sfornare pranzi e cene nonostante le lezioni all’università. Poi un giorno, quando mia sorella era via e io mi trovavo “compressa” tra lo studio e il lavoro ho deciso di mettermi ai fornelli. Ho fatto il risotto con i funghi. Mentre soffriggevo la cipolla ho chiamato mia madre per aiutarmi a ricordare il procedimento. Lei, con il sorriso sornione sulle labbra, mi ha spiegato cosa avrei dovuto fare. Il mio “libro” di ricette era lei, mia madre.

23895_448550178537849_1629836320_nMi ha insegnato tanto anche quando è andata via. E c’è sempre stata. Come il 6 giugno del 2013, quando in auto ho trovato un cd fatto da lei, con Janis, Led Zeppelin, Jimii e tutta la musica con cui sono cresciuta. È con me quando preparo le polpette o la pasta al forno, quando pulisco e quando viaggio in giro per il mondo. È con me quando leggo, quando scrivo e quando guardo la tv, magari gli stessi film che guardavamo insieme come “Mamma mia”, “I ponti di Madison County” e tutto il resto.

157013_1749779268767_2280047_nDalla sua scomparsa, ovvero da due anni e mezzo, mi rimane la nostalgia delle nostre chiacchierate alle 3 di notte, delle sigarette fumate insieme, degli scontri, della sua risata quando infilavo i leggins neri per “trasformarmi” in Diabolik. Oppure dei matinee in bagno con i cappelli da contesse inglesi e dei pianti davanti la televisione. Mi manca, come è normale che sia. Ed è strano sapere di non pronunciare più la parola mamma, nonostante gli amichevoli insulti alla fotografia che la ritrae felice davanti il mare. Ho imparato a sopravvivere, e questo l’ho fatto grazie a lei. Lei che da fedele è riuscita a farmi entrare quattro volte in un mese in una chiesa. Lei che capiva il mio stato d’animo la mattina quando si avvicinava al letto con la tazza del caffè in mano.

252004_458997260826474_1424059743_nMia madre mi ha insegnato a non chiedere. Regali, soldi. “Il regalo deve essere sentito, altrimenti non è un regalo”, mi disse una volta quando chiesi a mia cugina un peluche. E questo insegnamento mi è rimasto. Mia madre non chiedeva nulla. Era discreta e introversa. Non ha mai raccontato nulla dei rapporti conflittuali con nonna o nonno. Quello che sappiamo lo dobbiamo ai suoi diari. Ed è andata via senza chiedere nulla, senza disturbare, come era solita fare, in silenzio nel letto della sua stanza.

 

 

 

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