E la tristezza…

milanoDa piccola immaginavo la tristezza come un cumulo di neve, lasciato solitario nell’angolo di una strada. Perché la mancanza di vento e il clima eccessivamente freddo avrebbero impedito che si sciogliesse. Credevo che la tristezza fosse così: un cumulo di ghiaccio che non si sarebbe mai sciolto. Per tanto tempo ho fatto in modo che lo spazzaneve passasse in continuazione, perché credevo che la tristezza mi avrebbe portata in una spirale dalla quale sarebbe stato difficile uscire. Un vortice di malinconia e tristezza che, cozzando con la mia idea di vita sempre gioiosa e felice, mi avrebbe impedito di vedere le cose positive.

milano3Poi qualcosa è cambiato. Il 7 dicembre di quasi 4 anni fa la mia vita è cambiata. E il dolore ha cominciato a prendere piede. E in quel momento, quando mi sono affacciata nell’abisso, è successo che la tristezza ha preso il sopravvento. Se da una parte la cosa mi metteva ansia, perché credevo che non ne sarei mai uscita, dall’altra ho capito che la tristezza è fondamentale. Come nel film Inside Out della Pixar, in cui la tristezza, rappresentata come  una bimba occhialuta e blu, ha un ruolo fondamentale: quello di equilibrare l’universo dei sentimenti. È la cartina tornasole di quello che non va, in fondo se riusciamo ad esprimerla fa capire al mondo che c’è qualcosa che non va. È una specie di Sos, una richiesta di aiuto. Ma è anche una mappa emozionale, capace di farci capire cosa ci piace e cosa invece non ci piace. Ci serve per ricordare un insegnamento fondamentale: non va sempre tutto bene e spesso le cose non vanno come vorremmo. È quindi la spinta per ripartire, perché ci permette di avere consapevolezza del nostro malessere e ci spinge a uscire dal guado per ritrovare l’equilibrio che ci affanniamo a cercare da una vita. Accettare la tristezza non significa diventare persone cupe e lamentose, ma significa crescere e accettare gli eventi traumatici della vita e il cambiamento che da essi derivano. Ma siamo sempre pronti ad accettare questo cambiamento?

milano2Così qualche giorno fa, parlando con un mio amico che ha cominciato da poco una relazione, ho iniziato a pensare. Al passato doloroso che si affaccia in modo inaspettato, al dolore provato anni addietro che finisce per offuscare ogni piccola fiammella di positività cui mi aggrappo. E ho pensato a quel senso di sofferenza e insofferenza che ogni tanto si affaccia nella mia vita, ricordandomi la finitezza dell’esistenza e facendomi sentire in gabbia. Come se avessi sulla testa una nuvola nera. La stessa che ho sentito anni fa. Per qualcuno può essere il magone, per altri la testa piena. Tanto  da lasciare senza fiato. Ma quando succede ho imparato a chiamare la buffa signorina occhialuta. La invito a casa per guardare film tristi e deprimenti, o anche solo per guardare le foto dell’infanzia o delle persone che non ci sono più. Così nel momento in cui le prime lacrime cominciano a cadere, la testa inizia a svuotarsi. E lei, la tristezza, mi culla per qualche istante.

milano4Da quel lontano 7 dicembre 2012 ho imparato a conoscere la tristezza e a lasciarle spazio, mi ha fatto capire che è sorella della malinconia e nipote dei ricordi, senza di lei non solo non potrei cullarmi tra i pensieri della mia infanzia e il ricordo dei profumi e dei suoni della mia vita, ma non potrei portare alla mente con dolcezza il passato. Oggi, nonostante i litigi, io e tristezza conviviamo bene, finalmente ho smesso di fuggire. Almeno da lei.

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