Tra i tafoni di Calanna, alla scoperta della Cappadocia reggina

C’è un angolo di Cappadocia nella provincia di Reggio Calabria. A Calanna, naturale finestra sullo Stretto di Messina, si trovano i “tafoni” in un luogo che giace incastonato tra la montagna e il mare. Si tratta di formazioni di arenile che, plasmati dagli agenti atmosferici, hanno assunto sembianze simili  ai “Camini delle fate”.

Qui il  giallo della roccia richiama il colore della sabbia del deserto e si staglia sul blu del mare e il verde della valle. Basta percorrere la strada a scorrimento veloce che parte da Gallico e arrivare in contrada Ronzo a Calanna. Con un po’ di fortuna è possibile  ammirare, incastonati nelle pareti sabbiose, i resti fossili (in particolare del tipo “pectinidae”).

Tra Ottocento e Novecento, la popolazione ha usato queste formazioni per creare ricoveri per animali, ma anche rifugi nel corso delle grandi guerre.

Proprio nella contrada dove nel 1953 è stata scoperta una necropoli  scavata in una parete di calcare conchiglifero risalente all’età del ferro.

La scoperta ha portato alla luce 10 tombe a grotticella e a forno, al cui interno erano custodite gli scheletri delle popolazioni autoctone trovati in posizione fetale. Tuttavia del sito originario è rimasto poco, dato che l’erosione ha provocato diversi smottamenti, e i sepolcri situati più in basso e sul lato esterno sono crollati.

A circa 50 metri dagli scavi è nato poi il Museo Archeologico Comunale di Calanna che oggi custodisce gran parte dei reperti trovati in quest’area nel corso delle varie campagne di scavo. La struttura è stata inaugurata nel 2017, a più di mezzo secolo dalla scoperta dell’importante necropoli dell’Età del Ferro. Nelle vetrine si possono ammirare ceramiche e utensili di metallo provenienti dai corredi funebri e ornamenti dell’abbigliamento femminile, provenienti dalle tombe a grotticella scoperte a Calanna.

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