Il lungo viaggio

annaIl primo mese sembra un giorno, poi una settimana e poi ancora un mese. E alla fine sembra un anno. Freddo e gelido come i peggiori degli inverni. Ogni parola, ogni frase è un coltello che ti si conficca nello stomaco. E’ un pugno sulla pancia. 

I primi giorni fanno male, come la punta di uno spillo conficcata in un braccio già dolorante. Un dolore sordo dal quale sembra non si possa uscire. Perché tutto dal foulard indossato l’ultimo giorno della sua vita, all’accendino usato per accendere le sue Ms Club ricorda lei. Il suo sorriso e la sua risata. Un ricordo “gelido”, più del solito, anche per il Natale, il primo senza di lei. E allora cerchi di ricordarla preparando la tavola come l’avrebbe fatto lei, facendo il presepe sulla panca in cucina, in quel luogo dove tu dicevi: “Non sta bene qui, è d’impaccio per la televisione”. Ed è proprio in quell’istante che cerchi di ricordare ogni elemento insignificante. Per far ritornare alla mente la sua voce, il suo odore. A distanza di quasi due anni, per la precisione 23 mesi, ricordo ancora l’ultimo giorno della sua vita. Stanca e seduta sul divano mi disse: “Vado a stendermi”. Nessuno avrebbe immaginato che da quel letto non si sarebbe più alzata. E ricordo lo shock di aver visto il suo viso blu, e la corsa al telefono per chiamare l’ambulanza. Le urla contro la centralinista che non conosceva la via di casa, i tentativi di mio padre di rianimarla. E poi le telefonate ai miei fratelli “Scendete, mamma non ce l’ha fatta”.

967757_10203965020990353_1446583088_nDopo è stato il caos. Gente che entrava e usciva da casa. E le solite frasi dette forse per imbarazzo, o forse per mancanza di tatto: “Rimani forte”, “Non piangere, lei è sempre con te”, “Prenditi cura di tuo padre”. Ed è in quel momento che vorresti mandare tutti a quel paese. Per rimanere con il tuo dolore e per passare gli ultimi momenti con tua madre. Vestirla e truccarla. Mentre il telefono continua a squillare, sono i parenti che fanno sempre le stesse domande: “Come è successo?”, “Stava male?”. E squilla in continuazione anche il campanello di casa, persone sconosciute che entrano nella tua “sfera privata e intima” per fare omaggio alla persona scomparsa. E l’unica cosa che riesci a fare è il caffè. Quanti caffè ho preso, e quante sigarette ho fumato. Quanti sorrisi “tirati” ho “offerto” in attesa che i miei fratelli arrivassero da Roma e Milano. Il fatto è che in quelle situazioni devi stare su, ingoi le lacrime e fai finta di avere tutto sotto controllo. Quando l’unica cosa che vorresti fare è piangere. Disperatamente e incondizionatamente. E invece devi “essere forte”. Ma chi lo dice che in un momento di grande sofferenza bisogna essere forti? E chi lo dice che dopo la perdita di una persona cara tu debba gestire flotte di persone? E’ incredibile come nell’epoca della globalizzazione, degli smartphone e della fibra ottica nel sud Italia rimangano forti e vive le tradizioni antiche. Come quella del licenziamento.

1472795_10202768947329259_1484898816_nDurante la prima settimana vivi come un’ameba. Mangi, ti lavi, osservi in modalità catatonica la vita che va avanti. Sai bene che l’unica possibilità è sopravvivere. Così fai tutto quello che devi fare: scegliere il marmo per il cimitero, concordare il luogo per la messa della settimana e sbrigare tutte le formalità burocratiche: chiusura del conto in banca, passaggi di proprietà e tutto il resto. Metti ordine tra le sue cose, togli i vestiti dall’armadio. Perché sarebbe troppo doloroso vedere le sue sciarpe, i suoi maglioni i suoi gioielli fatti a mano. Inizi a dividerli con tua sorella, mentre dentro una coltre gelida circonda il tuo cuore. Ricominci a lavorare e decidi di seguire le conferenze stampa più dolorose, così per esorcizzare la sofferenza, che sta lì in agguato. In attesa del tuo primo momento di debolezza. Come l’incontro con le figlie di Biagi. Raccontano i momenti di dolore per la perdita della mamma e della sorella. E tu, rivivendo passo dopo passo le ore infinite di quel 7 dicembre 2012,  ricacci indietro le lacrime. Poi ti allontani e in totale solitudine piangi. Come sempre del resto. Perché se intorno a te tutto crolla, devi restare lucida. Qualcuno dovrà pure farlo. E allora “tieni botta” e maceri. Lentamente. Ti rifiuti di andare al cimitero, perché proprio lì vedendo il marmo con la sua foto avresti la consapevolezza che è andata via. E senza disturbare, come era solita fare.

282518_10200248483639242_1654970621_nI primi sei mesi sopravvivi. Sai che è l’unico modo per andare avanti. Ti fai inglobare dalla quotidianità, dalla cucina, dalle faccende di casa, dalla cura della casa e delle persone che sono rimaste. Esisti, non vivi. Lasci che gli eventi ti passino sopra. Vai alla ricerca della sua voce, scovi nel computer i video in cui facevate le sceme e le foto delle vacanze. Ti fai male. E provi gioia quando in macchina trovi un cd fatto da lei. Con la musica con la quale sei cresciuta: Queen, Patti Smith e Bob Dylan. E decidi di usarla per il tuo programma. Mentre il tuo corpo comincia a cedere. I capelli cadono e inizi a prendere le vitamine per rinforzarti. E non capisci che quello che devi “curare” è solo il tuo spirito. Allora leggi, ascolti musica e ti concentri su te stessa, sperando che il dolore piano piano sparisca.

Dopo un anno la tua “nuova vita” è ormai la routine. Inizi a ridere di cuore, anche se la ferita è sempre lì. A volte si riapre e brucia. Fa male. Ma la cicatrice  ti ricorda il dolore che hai provato un anno prima e quanto hai sopportato e come sei riuscita a farlo. E quando la malinconia prende il sopravvento ti chiudi e piangi. Quanto piangi. Lacrime infinite. Per la mancanza, l’assenza di una consigliera. Perché a volte rimani bloccata davanti al progetto di cambiare la disposizione dei mobili. Pensi che avresti bisogno di lei per avere un consiglio e per capire anche se i bicchieri devono essere spostati in cucina o sei gatti della Thun devono essere “trasferiti” dall’altra parte del mobile. E quando pensi all’organizzazione del tuo matrimonio vai in tilt. Perché ti senti “sola” nella scelta di ogni dettaglio. Il panico ti serra la gola e non ti fa respirare. Poi ti siedi e guardi una foto. Una delle vostre foto con Winnie the Pooh in mezzo. E allora tutto passa.

65582_10200757771651124_1613266977_nDopo un anno e mezzo superi il lutto. Hai ormai passato tutte le fasi della perdita, la rabbia, il dolore e la malinconia. Rimani con i ricordi. Ogni tanto fanno sanguinare la ferita, ma il dolore è sopportabile. Finalmente ridi e ti senti quasi bene nella tua vita. Inizi a programmare il futuro e cerchi le tue radici. Leggendo i suoi diari e ascoltando i ricordi dei parenti. Ma non di quelli vicini, loro non ci sono più. Capisci che sei l’insieme di tutto quello che ti è capitato, e che in fondo sei uguale a lei. Non solo nell’aspetto. Certo ogni tanto inciampi, cadi sulla ferita e quella si riapre. Brucia. Ma continui a resistere. Perché sai che è l’unico modo in questo lungo viaggio.

Vedete il viaggio non è solo quello fisico, ma anche e soprattutto quello interiore. E mi perdonerete se scrivo di cose molto personali. In fondo il viaggio più bello e lungo è proprio quello della vita.

5 commenti Aggiungi il tuo

  1. Giuliano M. ha detto:

    Ecco perchè ti voglio bene.

    Piace a 1 persona

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