A spasso nella Riserva delle Torbiere del Sebino

Trecento sessanta ettari. Di canneti e specchi d’acqua circondati da campi coltivati o da manufatti dell’uomo, come strade e  abitazioni. È l’ambiente della riserva naturale delle Torbiere del Sebino, un’area limitata che si trova incastonata tra il lago di Iseo e la Valle Camonica,  ed è la zona umida più significativa per estensione e importanza ecologica della provincia di Brescia.

L’area è suddivisa in tre parti: lametta, l’area più vicina al lago che non può essere visitata; una parte interna, la lama,  formata da grandi vasche che poi lasciamo spazio a sottili argini di terra; e la terza area caratterizzata da vasche create con l’escavazione dell’argilla.

L’ingresso alla Riserva avviene tramite tre punti di accesso diversi, ognuno collocato su un diverso percorso: Ingresso Nord – Percorso Nord: a Iseo, presso il Centro Accoglienza visitatori, di fronte al campo sportivo; Ingresso Centrale – Percorso Centrale: a Provaglio d’Iseo, presso il Monastero San Pietro in Lamosa; Ingresso Sud – Percorso Sud: a Corte Franca presso l’Infopoint, Via Segaboli, vicino al parcheggio del Centro Commerciale “Le Torbiere”.

Ad ogni ingresso è presente una macchinetta dove poter pagare il biglietto di ingresso che è di solo un euro ed è valido per 24 ore.  La Riserva è sempre aperta, festivi compresi.

Il percorso sud. Partendo dal Monastero, che può essere visitato solo su prenotazione,  si può scendere lungo la strada sterrata che si trova tra la chiesa e la statale per Iseo. Seguendo i cartelli si attraversano zone con campi coltivati, e tratti di bosco da cui a un certo punto è possibile scorgere i primi specchi d’acqua, visibili anche  dalla terrazza panoramica per birdwatching. Percorrendo il sentiero si arriva quindi al Percorso Sud. Da qui si  costeggiano alcune vasche dove è consentita la pesca, le più profonde, fino a 15 metri, ottenute dall’estrazione di argilla nel secolo scorso, poi una zona con campi coltivati e prati incolti, un’area boschiva e  infine un’altra zona con camminamenti di legno sospesi sull’acqua, l’ultimo tratto prima di attraversare la ferrovia e ritornare al Monastero.

Il percorso centrale è sicuramente quello più suggestivo, perché si snoda nel cuire della Riserva, attraverso passerelle in legno che collegano le lingue di terra presenti tra le vasche.

Il percorso nord, con partenza dal Centro, si snoda per una parte al confine tra Lama e Lametta, in prossimità della strada provinciale, e per il resto del percorso tra zone di bosco igrofilo e i vigneti della Franciacorta. Di particolare interesse la torretta di avvistamento per il birdwatching, raggiungibile in pochi minuti a piedi dal Centro Visite, da dove si può ammirare buona parte delle vasche e godere del panorama immersi nel silenzio.

LA STORIA

Secondo gli studiosi l’area si sarebbe formata durante il Quaternario, quando l’intero globo è rimasto coinvolto nella glaciazione. A causa, infatti, di un progressivo e intenso abbassamento del clima, i ghiacciai del Polo Nord e quelli esistenti sulla catena alpina si sono espansi. Tuttavia la zona dell’Europa centrale (approssimativamente all’altezza della Germania e della Francia) non ha risentito di questo fenomeno, così da permettere le migrazioni degli animali.

Ma durante il Quaternario,  i ghiacciai alpini hanno occupato a più riprese buona parte dell’Italia settentrionale e nei periodi di massima espansione, hanno lambito la Pianura Padana. Nel corso dei secoli il ghiaccio ha finito per avanzare e poi ritirarsi con l’aumento della  temperatura, trascinando con sé grandi quantità di detriti che si sono accumulati ai piedi delle lingue di ghiaccio, dando così origine a colline disposte a semicerchio, dette “colline moreniche” o “anfiteatri morenici”. Da qui la creazione della torba, materiale organico presente nella riserva naturale.

Intorno al Settecento il materiale è stato utilizzato per la combustione e per riscaldare interi ambienti. Si inizia così a sperimentare l’uso della torba come combustibile nelle filande di Iseo. Ma dalla metà dell’800 inizia lo sfruttamento del giacimento, il lavoro sistematico di scavo inizia nel 1862, quando il consorzio torinese “Società Italiana Torbe” , acquista la maggior parte delle Torbiere superiori. Subito dopo inizia lo sfruttamento dei proprietari del lato meridionale. Il lavoro era svolto manualmente, con il metodo dell’escavazione ad umido, infatti tolto il primo strato di erba e terra, con uno spessore variabile da pochi cm fino a circa mezzo metro, compariva subito l’acqua . Era quindi necessario procedere all’escavazione con uno strumento affilato, a forma di gabbia, lungo circa 90 cm. e montato su un manico di quattro-cinque metri, detto Luccio, simile a una vanga.

I braccianti, per lo più manodopera locale, lavorava dall’alba al tramonto, da giugno a ottobre. I lavori di eliminazione del terriccio iniziavano in febbraio e, da Marzo ad Agosto, si procedeva all’estrazione della torba che era di diversa qualità ed età e variava a seconda del sito dello scavo. Quella che giaceva sotto la cotica erbosa, ad una profondità di circa 40 centimetri sotto terra, era considerata di buona qualità ma presentava un elevato residuo di cenere perchè intrisa di limo. Nella zona sotto il Monastero lo strato torboso era più superficiale e, per effetto della compressone, si era trasformato in “lignite torbosa”, con una maggiore resa calorica. L’area delle Lamette non è mai stata completamente sfruttata: la sua torba di più recente formazione era più leggera ed aveva una resa troppo scarsa; è stata comunque estratta tra gli anni ’60 e ’70, per rifornire i florovivaisti. Gli scavi della torba sono proseguiti nella Lama fino al 1950, mentre nella Lametta fino alla fine degli Sessanta, anche se le attività estrattive di torba e argilla sono terminate soltanto negli anni Settanta, con l’introduzione dei primi vincoli di protezione.

Sì, perché le estrazioni hanno finito per alterare l’intero habitat. L’ambiente della riserva è molto diversificato rispetto a quello di un secolo fa, quando Lame e Lamette rappresentavano un ambiente uniforme formato da una prateria umida, le Lame, e da un folto canneto con specchi residui occupati dal lamineto e magnocariceto, le Lamette. L’escavazione della torba ha alterato il paesaggio vegetale originario, mettendo in crisi, in conseguenza della riduzione del loro habitat, numerose specie che lo caratterizzavano. Ma ha comunque contribuito alla realizzazione di un insieme di piccoli ambienti differenti che si intersecano fra loro dando luogo ad un “mosaico ecologico” complesso e di grande valore biologico.

LA FLORA

Il fattore che influisce maggiormente sugli ambienti presenti nella Riserva è la profondità dell’acqua. Nelle acque abbastanza profonde, si rinviengono delle vegetazioni sommerse improntate da specie radicanti sul fondo quali: la vallisneria (Vallisneria spiralis), la peste d’acqua comune (Elodea canadensis), il ceratofillo comune (Ceratophyllum demersum), il millefoglio d’acqua comune e ascellare (Myriophyllum spicatum e M. verticillatum), la brasca increspata, l’erba tinca e la brasca comune (Potamogeton crispus, P. lucens e P.natans).

In acque di media profondità c’è il lamineto, formata da specie flottanti e tappezzanti, come la lenticchia d’acqua (Lemna spp.), e/o da specie vistose a foglie galleggianti ma con radici ancorate al suolo, come la ninfea bianca (Nymphaea alba) e quella gialla (Nuphar lutea). In questo ambiente, in alcune zone, si rinviene una curiosità, l’erba vescica delle risaie (Utricularia australis), specie acquatica e carnivora dai fiori giallo oro e foglie provviste di vescicole di cui la pianta si serve per catturare microrganismi.

Nelle acque basse e presso le rive (se sono digradanti), la formazione tipica e più diffusa è quella dominata dalla cannuccia di palude (Phragmites australis), talvolta preceduta da cortine con tife (Typha latifolia e T. angustifolia) e giunchi di palude (Schoenoplectus lacustris).

Nelle aree periodicamente inondate, frequenti nelle Lamette, a ridosso del canneto, è presente una vegetazione a grandi carici (Carex spp.), molto caratteristica, a dominanza di Carex elata. Qui si rinvengono anche la salcerella (Lythrum salicaria), il caglio delle paludi (Galium palustre), il falasco (Cladium mariscus) e la felce di palude (Thelypteris palustris), quest’ultima indicatrice delle potenzialità della vegetazione verso il bosco igrofilo ad ontano nero (Alnus glutinosa).

Ai margini del canneto oltre ai carici si possono osservare anche le splendide fioriture del giaggiolo acquatico o iris giallo (Iris pseudacorus), del giunco fiorito (Butomus umbellatus), dell’erba scopina (Hottonia palustris) e del coltellaccio maggiore (Sparganium erectum).

LA FAUNA

La Riserva Naturale ospita 31 specie di uccelli (su un totale di 164 specie osservate) di interesse comunitario e quindi tutelati dalla Direttiva “Uccelli” 79/409/CEE, concernente la conservazione dell’avifauna selvatica; per questo è stata dichiarata “Zona di Protezione Speciale (ZPS)” dall’Unione Europea. Tra le specie protette e di interesse comunitario che nidificano nel sito citiamo: l’airone rosso (Ardea purpurea), il falco di palude (Circus aeruginosus), il tarabusino (Ixobrychus minutus), il nibbio bruno (Milvus migrans), la nitticora (Nycticorax nycticorax), il voltolino (Porzana porzana), la schiribilla (Ponzana parva), la salciaiola (Locustella luscinioides).

Tra le specie svernanti e migratrici sono di particolare interesse il tarabuso (Botaurus stellaris), l’albanella reale (Circus cyaneus) e la moretta tabaccata (Aythya nyroca). Le Torbiere del Sebino sono inoltre uno dei pochi siti riproduttivi in Lombardia del basettino (Panurus biarmicus).

Le specie, invece, che più comunemente si possono osservare nella Torbiera, sono: il cigno reale (Cygnus olor), il cormorano (Phalacrocorax carbo), la gallinella d’acqua (Gallinula chloropus), la folaga (Fulica atra), lo svasso maggiore (Podiceps cristatus), il germano reale (Anas platyrhynchos), l’airone cenerino (Ardea cinerea), il cannareccione (Acrocephalus arundinaceus) e il pendolino (Remiz pendulinus).

Nella Riserva sono inoltre presenti alcune specie di mammiferi, la cui presenza è fortemente condizionata dalla ristrettezza dell’area protetta, dalle strade e centri abitati e, non meno importante, dalla mancanza di un vero e proprio bosco. Questi fattori condizionano pesantemente la presenza di mammiferi di medie e grandi dimensioni. Restano i cosiddetti “micromammiferi”, termine col quale si indica genericamente piccoli mammiferi appartenenti agli ordini degli Insettivori (es. toporagni), Roditori (topolino delle risaie) e Chirotteri (pipistrelli). La loro presenza è stata indagata dalle guardie ecologiche della Provincia di Brescia, con la supervisione degli esperti del Centro Studi Naturalistici Bresciani. La presenza di questi piccoli animali in Torbiera si è rivelata modesta tranne che per il surmolotto o ratto delle chiaviche (Rattus norvegicus). Questo dato è piuttosto preoccupante perchè la specie in questione è molto invadente ed aggressiva nei confronti di tutte le altre specie di micromammiferi.

Dalla ricerca è emerso che la maggior parte dei piccoli mammiferi è concentrata nelle piccolissime zone a bosco e nelle aree agricole nelle zone B e C della Riserva, oltre che nei fossi e nei campi della campagna limitrofa. In totale sono state trovate 3 specie di Insettivori: il toporagno comune (Sorex araneus), la crocidura minore (Crocidura suaveolens) e la crocidura ventre bianco (Crocidura leucodon); 5 Roditori: il topo selvatico (Apodemus sylvaticus), l’arvicola di Savi (Microtus savii), il moscardino (Moscardinus avellanarius), il topolino delle risaie (Micromys minutus) e l’arvicola terrestre (Arvicola terrestris).

Non solo mammiferi e uccelli. Perché la Riserva ospita inoltre numerose specie di pesci autoctoni di interesse comunitario o protetti dalle leggi regionali. È il caso della tinca (Tinca tinca), il vairone (Telestes muticellus), il luccio (Esox cisalpinus), l’anguilla (Anguilla anguilla), il persico reale (Perca fluviatilis), il persico sole (Lepomis gibbosus), la scardola (Scardinius hesperidicus) e l’alborella (Alburnus arborella), sia specie introdotte in tempi più o meno recenti come la carpa (Cyprinus carpio), introdotta molti secoli fa dagli antichi Romani, il persico trota (Micropterus salmoides), introdotto più di 35 anni fa, il pesce gatto (Ictalurus melas), introdotto più di 15 anni fa, e il carassio (Carassius carassius).

Ma dopo l’introduzione del pesce gatto, pesce molto vorace e prolifico che una volta adulto ha ben pochi rivali, la struttura dell’ittiofauna si è profondamente modificata: ora essa è composta per metà da tale pesce, mentre le altre specie sono diminuite e presentano processi di senescenza. Recentemente però è e stata rilevata la presenza in Torbiera di un altro superpredatore, ancora più invadente del pesce gatto: il siluro (Silurus glanis). Questa specie, introdotta nelle acque della Riserva in modo del tutto illegale, è originaria dei grandi fiumi dell’est europeo, può raggiungere dimensioni enormi ed è decisamente dannosa per l’equilibrio di qualsiasi ecosistema italiano, a maggior ragione se si tratta di un ambiente così ristretto come quello della Riserva, pertanto si spera di poterne limitare al massimo la diffusione.

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