A spasso sul promontorio di Hera Lacinia

In origine era solo un’area archeologica. Raggiungibile a piedi dal parcheggio nei pressi del santuario della Madonna di Capo Colonna. Grandi e piccini potevano toccare la colonna, l’unica rimasta in piedi del tempio di Hera Lacinia, potevano infilare una monetina alla base della colonna e vederla muovere per il vento.

Oggi è invece un parco archeologico di  30 ettari di terreno adibito a scavi, e altri 20 ettari adibiti a bosco e macchia mediterranea. Area che nel corso degli anni, con i fondi Fas e i fondi del gioco del Lotto, è stata riorganizzata e sistemata. Per far fruire la bellezza degli scavi a turisti e cittadini.  Ma solo nel progetto, perché nonostante l’ingresso immerso nel verde grazie alla creazione di un sentiero immerso nel verde, l’intera area è abbandonata a se stessa.

Le piante hanno finito per prendere  il sopravvento sugli edifici, i cui resti sono quasi completamente nascosti dall’erba alta ed anche il passaggio pedonale che, se curato, potrebbe costituire un percorso molto suggestivo, è poco curato.

A prima vista sembra che il parco sia abbandonato, nonostante la presenza di una delle aree sacre più note dell’intero bacino del Mediterraneo, il celebre Heraion Lakinion. Proprio intorno al tempio ruotava la vita dell’area. Ma in un passato assai lontano.

Oggi l’ingresso del Parco è costituito dal nuovo Museo Archeologico, struttura a tre padiglioni incassati nel terreno per ridurre l’impatto ambientale, che raccoglie i reperti rinvenuti nell’area di scavo antistante. Poi parte il sentiero che costeggia i vari edifici che facevano di questo santuario, intorno al quale aleggiano ancora diverse leggende. Si narra che Eracle, di ritorno da una delle sue fatiche e con i buoi appartenenti a Gerione, avesse subito un furto da parte di Lacinio e avesse così ucciso non solo quest’ultimo, ma erroneamente anche il figlio, Kroton, da cui poi la città prese il nome.

Il primo elemento che appare è l’antica cinta muraria, realizzata in pietra calcarea locale. La sua costruzione risale intorno al IV secolo avanti Cristo e rafforzata in età romana. La sua funzione era quella di delimitare la zona sacra a cui si accedeva attraverso un antico ingresso “a tenaglia” affiancato da due torri quadrangolari. Proprio da un’apertura realizzata nella cinta inizia il percorso che porta fino al tempio principale, luogo di arrivo delle antiche processioni che si svolgevano in onore della dea Hera e che dovevano seguire il percorso della Via Sacra.

La strada, larga 8,5 metri era del primo venticinquennio del V secolo avanti Cristo e affiancava alcuni edifici (l’edificio K e l’edificio H) per poi arrivare ai luoghi destinati al vero e proprio culto.

Il Katagogion o edificio K, serviva per accogliere pellegrini e ospiti di riguardo arrivati nei luoghi sacri. Appartenente alla seconda metà del IV secolo  avanti Cristo, esso si trova nella zona a nord della Via Sacra e ha una forma quadrangolare di cui rimangono solo le basi dei muri e alcune parti di colonne e di capitelli crollati forse a causa del terremoto che ha colpito l’area nel II secolo dopo Cristo.

Gli unici elementi che hanno resistito al tempo dell’edificio H sono le basi dei muri realizzate sempre in calcare locale. Anche questo edificio ha una pianta quadrangolare e presenta dimensioni minori del precedente, ma una struttura molto simile. Gli studiosi, grazie al ritrovamento di ceramiche, ipotizzano che  l’edificio fosse un Hestiatorion, ossia un luogo adibito allo svolgimento di banchetti per gli ospiti che arrivavano al santuario.

Continuando il percorso pedonale si arriva al più antico elemento del santuario:  l’edificio B, collocato a nord del più grande Tempio A. Di pianta rettangolare, non rimane altro che i filari di fondazione che, come nel caso delle altre costruzioni, furono realizzati in calcare locale. Durante gli scavi sono state riconosciute tre fasi dell’edificio. Grazie al ritrovamento di un cippo di confine (horos) all’interno dell’edificio, ha indotto gli studiosi a pensare che l’area fosse posta sotto la tutela della divinità, ed il ritrovamento di ori e preziosi sottolineano l’importanza della costruzione che assume la funzione di thesauros delle offerte votive in onore della dea Hera.

Totalmente immersa nel silenzio del Promontorio Lacinio, si erge solitaria l’unica colonna superstite dell’antico tempio dedicato alla dea Hera realizzato tra la fine del VI e l’inizio del V secolo avanti Cristo in concomitanza con il periodo di decadenza dell’edificio B. La dea era considerata la protettrice del matrimonio e del genere femminile in generale, ma anche  signora della natura e degli animali.

Il santuario non era soltanto un luogo di culto, ma anche una sorta di asilo, come testimoniano i ritrovamenti  di un cippo in calcare e alcuni frammenti di tabelle in bronzo che dimostrano l’avvenuta liberazione di alcuni schiavi.

L’edificio era decorato con  terrecotte architettoniche policrome oggi conservate presso il Museo Archeologico di Crotone. Di grande rilevanza è una grondaia per lo scolo delle acque a forma di protome leonina nonché elementi marmorei facenti parte della decorazione frontonale, come la grande testa femminile rinvenuta durante gli scavi effettuati negli anni ’70.

L’area accoglie inoltre edifici privati, come ad esempio una domus ad atrio di cui si conserva il tablino, ma anche edifici pubblici come le terme. Queste sono state scoperte da Paolo Orsi durante gli scavi del 1910. L’edificio ha  le caratteristiche tipiche delle terme, come l’area per i bagni di sudore, i bagni con acqua riscaldata. Il tutto caratterizzato dalla presenza di mosaici come quello nella sala principale: un rombo centrale a scacchiera, quattro delfini ai lati e un’iscrizione che ricorda i nomi dei due magistrati che avevano provveduto a realizzare tale opera, Lucilius Macer e Annaeus Thraso.

Nonostante l’incuria, nonostante la lunga attesa per la prosecuzione dei lavori per il parco, per i crotonesi Capo Colonna è un luogo importante. Anche per i riti legati alla Madonna e al suo quadro che ogni anno è protagonista della festa della cittadina. Durante la terza settimana del mese  la cittadina si trasforma. Bancarelle e mercati, ma anche giostre, fino ai riti liturgici per celebrare la Madonna. La notte tra sabato e domenica centinaia di fedeli imboccano la strada per Capo Colonna e raggiungono a piedi il santuario dove la mattina successiva avviene la benedizione del parroco.

Sul promontorio si erge dunque il santuario che al suo interno “accoglie” il quadro della Maddona. Secondo la tradizione l’immagine era stata presa dai pirati Turchi che, non essendo riusciti a incendiarla e non riuscendo a far muovere la nave, l’hanno gettata in mare. Trovata sulla spiaggia da un pescatore, fu da lui conservata fino a quando, prossimo a morire, ne rivelò il possesso. Accanto si erge la torre di Nao, un monumento risalente al XVI secolo fortemente voluto da Carlo V che ha avviato vasta ed imponente opera di fortificazione dei litorali calabresi nel XVI secolo, per potenziare le strutture difensive del Regno di Napoli. Inizialmente secondo il progetto del viceré don Pedro di Toledo l’intera area avrebbe dovuto contare sulla presenza di 3 fortificazioni: torre di Capo Nao, la torre di Scifo e la torre Mariedda.

Ma successivamente è stata costruita solo la prima torre, forse per mano di Fabrizio Pignatelli, che ha avviato i lavori nel 1550, per poi terminarla intorno al 1568. La torre, interamente ricoperta di pietra arenaria, ha resistito alle incursioni saracene, anche se in seguito, nel 1860, è passata nelle mani dei francesi, che l’hanno inserita nel loro sistema doganale, prettamente a scopo difensivo. Dopo l’Unità d’Italia, è diventata una sede del comando della Guardia di finanza, mentre oggi è un piccolo museo. Chiuso.

Ma per i crotonesi di 30 e 40 anni il ricordo di Capo Colonna è sempre lo stesso: la monetina inserita alla base della colonna.

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