ArtLine Milano, a spasso tra le opere del parco a CityLife

Uova che si stagliano nel cielo, una mano gigante, stelle sul pavimento della piazza.  Sono solo tre esempi delle opere di Artline, il parco artistico fortemente voluto dal Comune di Milano e realizzato nel 2016 a City Life.  Così l’antica sede della Piazza delle Armi, dove fino al 1923 si svolgevano le esercitazioni militari ritorna a nuova vita.

Corre il 2014, quando il Comune meneghino ha deciso di arricchire il parco urbano con una collezione d’arte contemporanea a cielo aperto. Da qui il primo passo per quello che oggi ospita una decina di opere d’arte. Il progetto è stato quindi affidato a Roberto Pinto e Sara Dolfi Agostini. È loro l’idea di invitare 30 artisti internazionali under 40 a partecipare a un concorso. I giovani devono soltanto inviare  i progetti. Così in breve tempo una giuria internazionale seleziona otto idee. Gli artisti vincitori sono: Riccardo Benassi, Rossella Biscotti, Linda Fregni Nagler, Shilpa Gupta, Adelita Husni-Bey, Wilfredo Prieto, Matteo Rubbi e Serena Vestrucci.

L’intero parco è  articolato in più di 20 opere permanenti: 8 selezionate attraverso un concorso per artisti under40 (la cui mostra si è tenuta a Palazzo Reale a Milano tra il 2015 e il 2016) e le altre di artisti internazionali già affermati, come Judith Hopf e Pascale Marthine Tayou.

Le opere sono state installate a partire dal 2016 e costituiscono un’esposizione permanente completamente integrata con le architetture di Zaha Hadid, Arata Isozaki e Daniel Libeskind e con l’evoluzione naturale del parco di CityLife, progettato dallo studio Gustafson Porter.

Il parco inizia a vivere nel 2016, quando cioè viene posata la prima pietra per la prima opera. Ed è proprio in quel momento che il mix di verde pubblico e opere d’arte iniziano a crescere. Insieme. L’idea è dunque quella di diffondere l’arte in città. Facendola vivere e integrandola con i quartieri, così da dare modo ai cittadini di passeggiare in un parto artistico, nel quale fruire liberamente e apertamente delle opere. “L’obiettivo è quello di ricorrere all’arte come a una risorsa per osservare la realtà da altre prospettive, con occhi nuovi”.

Il tour del parco inizia i Cieli di Belloveso di Matteo Rubbi. Sul pavimento di piazza Burri appaiono più di 100 stelle in pietra diverse tra loro, per dimensione, colore e materiale. L’opera ricostruisce il cielo stellato visibile a Milano nella primavera del 600 avanti Cristo, anno in cui Tito Livio colloca la fondazione di Milano da parte del principe Belloveso. La storia della fondazione è inoltre corredata da dati astronomici che, incisi nella pietra, descrivono le coordinate temporali e storiche dell’evento astronomico.  Così se lo sviluppo tecnologico e la visione antropica finiscono per fagocitare la città e far estinguere le stelle, l’artista ha pensato bene di incastonare gli astri all’interno della pietra.

Il giro prosegue davanti le opere dell’artista tedesca Judith  Hopf dal titolo Hand and Foot for Milan. Due sculture di mattoni rossi sagomati e sovradimensionati si osservano a poca distanza l’una dall’altra. Una mano e un piede lievemente appoggiati sul prato verde. Così le forme del corpo umano finiscono per dialogare tra loro, con il materiale usato e con il contesto architettonico di City Life.

Si passa poi a Filemone e Bauci, in due colonne umanizzate osservano abbracciate lo sviluppo delle tre torri. Le sculture, realizzate da  Ornaghi & Prestinari, sono una fusione in alluminio, quasi a voler creare un contrasto tra il passato il presente. Con l’opera in questione, infatti, gli artisti intendono umanizzare il processo artistico attraverso la visione dell’arte del passato alla luce di quella contemporanea. Per il mito greco, Filemone e Bauci invecchiano insieme sopportando le difficoltà grazie alla forza del loro legame.

Il pavimento in calcestruzzo è invece la base per i pali metallici colorati che sorreggono un uovo. È Coloris, l’opera di Pascale Marthine Tayou. Così sul planisfero terreste sono stati piantati i pali di altezza tra i 6 e i 12 metri, e ognuno sorregge un uovo, così da creare una vera e propria esplosione di colori che si stagliano sul grattacielo di Zaha Hadid.

Infine il giro del parco con le opere realizzate ci porte nei pressi del palazzo Mico. Qui si trova una delle opere più controverse del progetto, perché fatta di parole. Ma la particolarità del lavoro di Riccardo Benassi dal titolo Daily Desiderio, è il messaggio trasmesso. L’artista, infatti, grazie a un sistema di broadcasting remoto, integrato e autonomo, si impegna a trasmettere un messaggio diverso per ogni giorno dalla sua vita. Dall’inaugurazione dell’opera, fino alla morte. E quando l’artista morirà, i messaggi ricominceranno da capo, in loop.

Come non rimanere colpiti dai draghi verdi di Serena Vestrucci? Le sue Vedovelle e i Draghi Verdi non aggiungono alcun nuovo elemento al parco, ma conferiscono a oggetti di uso comune, le fontanelle, una visione diversa. E questo grazie alla sostituzione del bocchello originariamente in ottone, da cui fuoriesce l’acqua. Le sculture cambiano di  volta in volta, così da regalare alla città un esemplare sempre unico, ottenuto attraverso la lavorazione a mano di un modello in cera e la sua conseguente fusione in bronzo. Un gesto silenzioso di cui si accorge chi si avvicinerà per bere.

Ma altre opere sono in fase di realizzazione: Ophrys di Linda Fregni.  Si tratta di una serra istoriata, nel perimetro superiore, con lastre fotografiche in vetro che riproducono immagini di specie botaniche estinte, tratte dal prezioso e poco noto Erbario Sordelli (1872-97), conservato nella collezione di erbari storici dell’Università degli Studi di Milano.

Seguono poi le 5 isole di Rosella Biscotti dal titolo Come fare?, ovvero agglomerati di elementi in mattoni e cemento in relazione tra loro. Lo spettatore potrà quindi interagire con l’opera usandola per sedersi, arrampicarsi e mangiare.

È invece realizzata in marmo l’opera Untitled di Shilpa Gupta e consiste in quattro figure umane che si coprono occhi, orecchie e bocca a vicenda. Le sculture richiamerebbero quindi le tre scimmiette che non vedono, non parlano e non sentono, ma non secondo l’accezione del Mahatma Gandhi, per cui gli animali si coprono un organo per non vedere il male, non sentirlo e non parlare male, ma solo per mettere in evidenza la deriva culturale e sociale che porta l’individuo a far fina di nulla e rimanere indifferente a quello che accade intorno.

Adelita Husni-Bey ha invece pensato a un’opera che è anche fonte di energia pulita gratuita. Si tratta del Palco dell’Estinzione che, grazie alla sua nuvola di pannelli solari, eroga elettricità 24/7. L’opera prevede una struttura che ricorda la stratificazione geologica, una sorta di palco diviso per future ere che si sviluppano su tre livelli, rappresentando il pianeta tra cinquanta, cento e centocinquanta anni. I tre livelli della struttura sono ricoperti da disegni prodotti in modo collaborativo durante una serie di workshop pubblici sul tema dell’estinzione. La forma ricorda inoltre quella di un’arena, tanto da essere  accessibile per incontri, proiezioni, concerti, seminari e performance, auto-illuminandosi anche nelle ore notturne.

Su pietre di grandi dimensioni collocate l’una di fianco all’altra sono invece l’opera Beso di Wilfredo Prieto. Entrambe sono di forma sferica e si sfiorano in un solo punto simulando un bacio. Il posto in cui porla è stato pensato per fare da sfondo alle abitazioni, uffici e centri commerciali, perché è in grado di offrire un legame con la storia dell’arte e la tradizione del giardinaggio.

Tuttavia il parco “ospita” uno dei murales più grandi al monto. Ma ancora per poco. Sì, perché il pioniere del writing italiano negli anni ‘90 e oggi artista di calibro internazionale, ha realizzato mille metri quadrati di visioni poetiche con un vero e proprio contenuto politico, che verranno demoliti, compiendosi metaforicamente nel momento della sua scomparsa.

È successo lo scorso anno in occasione della Milano Art Week, la settimana dell’arte. Una parete è stata dipinta da Eron come un miraggio. Il muro, disegnato sul muro,  diventa un’immagine sospesa, un’immagine visibile ma anche sfuggente. Nasce così  W.A.L.L., che sta per Walls Are Love’s Limits, ed è una tra le più grandi opere d’arte murale al mondo. Circa centoventi metri per otto di suggestioni luminose e finezze pittoriche, inserite con delicatezza nel contesto, in armonia con le architetture e gli spazi verdi.

L’opera è un muro contro tutti i muri creati dall’uomo. Eron ricostruisce un teatro dei simboli, delle ombre e della memoria, utilizzando esclusivamente la sua pittura. E lo fa su un muro su cui ha realizzato del filo spinato tre i tralicci, per ricoprire come una texture mille metri di superficie, mentre frammenti di vegetazione si scorgono al di là di una coltre di nebbia.

L’opera è una quinta scenica, o ancor più precisamente uno schermo, su cui la realtà si sdoppia e si ricrea in forma di riflesso, tanto verosimile quanto evanescente che tende a raggrumarsi nell’alone del sole che si affaccia tra il filo spinato e la nebbia. A distanza ravvicinata il filo spinato rivela tuttavia una sequenza di micro lettere, usate per comporre i nomi dei cinque continenti. Un’opera politica, dunque. Costruita sul piano generativo della poesia, che è sempre luogo dell’autentico ed esercizio di resistenza al potere.

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