Alla scoperta del rito arboreo di Rotonda, quando l’abete “marita” il faggio

Sacro e profano. Uomo e natura. In una mistica unione che richiama agli antichi riti arborei della Svezia. Così la Basilicata, che conserva ancora oggi antichi cerimoniali vegetali, ogni anno celebra matrimoni che hanno il sapore di un rito propiziatorio di fertilità. E  nelle fresche giornate di maggio e giugno un tronco, lo sposo, e una cima la sposa,  in un clima di festa e solennità, si uniscono. Vengono infatti innestati l’uno sull’altro, giurandosi “amore eterno”.

Se l’intera regione è ricca di riti arborei, la celebrazione che ancora oggi conserva il sapore dei mitici riti celtici si svolge a Rotonda, piccolo borgo alle pendici del Pollino dove in occasione della festività di Sant’Antonio da Padova si assiste alla festa dell’albero che ogni anno richiama decine di turisti e centinaia di cittadini.

E se in Svezia si ergeva un tronco, preferibilmente un pino, e dopo averlo ornato le persone iniziavano a danzarvi intorno, a Rotonda dall’otto al 13 giugno si rinnova il rito dell’unione tra due alberi, in un lungo e ormai lontano rito che è diventato un inno alla fertilità e alla vita. Per conoscere l’origine del rito bisogna tornare indietro di secoli, alla dominazione normanna e in particolare alla volontà di Federico II di Svevia di costruire qui, a pochi passi dal Pollino,  la sua ultima dimora in terra di Lucania: il castello di Lagopesole.

Tuttavia con il passare degli anni, la Chiesa ha deciso di eliminare ogni riferimento alla cultura pagana, decidendo di dedicare l’intera celebrazione al Santo di Padova. Secondo la leggenda, intorno al XIII secolo Sant’Antonio sarebbe passato da Rotonda e proprio nei boschi del Pollino avrebbe dormito circondato da alberi secolari in località Marolo. Anni dopo, sempre secondo le credenze locali, un giovane bovaro sarebbe inciampato nello stesso luogo e sarebbe caduto rovinosamente in un burrone dove, dopo aver invocato S. Antonio, sarebbe stato tratto in salvo dal Santo apparso in tutto il suo splendore. Il giovane, una volta rientrato in paese, decise di abbattere un abete e offrirlo al Santo. Da allora ogni anno il rito si rinnova e lo fa con caratteristiche diverse  in differenti località lucane.

Nel Parco Regionale di Gallipoli Cognato e Piccole Dolomiti Lucane, si parla dell’Area del Maggio, con  “Il Maggio di Accettura”, “U’ Masc’ di Pietrapertosa”, “Il Maggio Olivetese” di Oliveto Lucano e “La Sagra du’ Masc’” di Castelmezzano.

Mentre il Parco Nazionale del Pollino, noto come l’Area dell’Abete, è teatro invece de “L’a’ Pitu e la Rocca di Viggianello, “A Pit’” di Terranova di Pollino”, “La ‘Ndenna e la Cunocchia” di Castesaraceno e “L’a’ Pitu e la Rocca” di Rotonda.

Secondo la tradizione di Rotonda, gli sposi sono un tronco di faggio (l’a’ pitu) e una cima di un abete (rocca) che, selezionati con cura tra i boschi rigogliosi della zona, vengono tagliati e sfrondati. E poi con un rito lungo e lento vengono trasportati a valle dai buoi, spronati da canni, inni e urla. Una volta arrivati in paese, vengono innestati l’uno sull’altro, e rimangono issati per un anno. Ma nel 2020, a causa dell’emergenza da coronavirus, le celebrazioni sono state sospese e nella piazza di Rotonda si può ammirare il tronco del 2019.

Ogni anno i fedeli fanno “maritare”  un abete di modeste dimensioni, la rocca ed un enorme faggio (una volta si trattava di un abete grosso, tanto che il dialetto locale ne conserva ancora il nome) “a pitu”. Gruppi di fedeli vanno in montagna per recidere due alberi che vengono poi trasportati dai buoi in paese. E sono portati in piazza, “maritati” e innalzati in devozione a Sant’Antonio. Il viaggio, che dura sei giorni, è un miscuglio di fatica e dolore, tecniche di trasporto molto antiche, musiche balli e canti.

A circa 50 minuti di strada si trova la Grotta del Romito, una delle località da visitare in Calabria. Scoperta nel 1961, la grotta nei pressi di Papasidero ha svelato particolari della vita in Calabria durante l’era preistorica. Grazie alla sua scoperta, infatti, gli studiosi sono riusciti a dimostrare che la Calabria era abitata da almeno 20mila anni prima.

Sono stati infatti rinvenuti diversi reperti che risalgono al Paleolitico Superiore, come il graffito raffigurante due buoi. Gli scavi hanno portato alla luce anche scheletri umani, uno di questi è stato trovato con il petto trafitto da una freccia.

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