I luoghi del cuore: alla scoperta di Cervara di Roma

Esistono luoghi del cuore e dell’anima in cui ogni strada, ogni vicolo, si intrecciano inesorabilmente con i ricordi dell’infanzia e dell’adolescenza. Per me questo luogo è Cervara di Roma, piccolo borgo a mille metri sul livello del mare, in provincia di Roma.

Quando ripenso a questo luogo, con appena 448 anime (dati Istat 2017), inizia il mio personale viaggio nel tempo, ricordando le pizze bianche acquistate dal pizzicagnolo appena fuori dalla porta di casa di mia nonna, alle mangiate di prosciutto crudo che lì, a pochi chilometri dalle residenze di Campaegli, aveva un sapore diverso.

Ricordo la fatica nel portare in casa i bagagli, Cervara è un paese senza auto, perché fatto solo di scale, e ricordo che i villeggianti facevano uso dei muli che, stracarichi di borsoni, scendevano lentamente le scale del borgo. Un giorno, su insistenza di mia madre, mi sono avvicinata  a un mulo e sono stata “schiaffeggiata” dalla sua lunga coda, così vestita di celeste, ho iniziato a piangere, mentre mia madre mi abbracciava. C’è una foto che “ricorda” questo momento: sono in lacrime in braccio a mia madre e accanto mia cugina Daniela.

Ma Cervara è anche altro, è il borgo che ha dedicato la sua intera esistenza all’arte, tanto da richiamare sul territorio decine di artisti che qui hanno lasciato un segno tangibile della propria visione dell’arte e del mondo. Non a caso, salendo la scalinata che dal parcheggio vicino la farmacia porta alla piazza principale è possibile perdersi tra le sculture e i bassorilievi ricavati nella roccia.

Conosco Cervara perché era meta delle vacanze estive, qui ha vissuto mia nonna Ada, o almeno ha passato diversi  mesi in estate. Per tutta la mia infanzia le vacanze si sono divise tra il mare dello Stretto, in cui ho imparato a nuotare, e le rocce del Lazio, di quel piccolo borgo più vicino all’Abruzzo che alla stessa Capitale. Qui le giornate si aprivano con la colazione a base di latte e pizza, e il tempo scorreva lentamente tra la brezza fresca dell’estate a mille metri sul livello del mare, e le camminate tra i vicoli fino arrivare alla rocca del paese e le visite della amiche di nonna o dei parenti lontani tutti tifosi della Lazio. Un ritmo lento dunque scandito spesso dai suoni della radio sintonizzata su Radio Maria e dalle voci degli abitanti che rimbalzavano tra i vicoli e le strade. O il passaggio della banda tra i vicoli del paese nella mattina di Ferragosto.

La sera del 14 agosto le case si illuminano in onore della processione dell’Inchinata. E casa nostra non era immune, ogni anno infatti posizionavamo all’esterno della casa le luci colorate per la processione che rievocava l’incontro tra la Madonna e Gesù, poco prima della sua morte. Dopo una breve processione le due statue, portate a spalla dai fedeli, si  incontravano  in piazza e si inchinavano per tre volte sotto gli archi trionfali.

Il 16 agosto, invece si tiene la processione di San Rocco. La statua viene portata lungo i vicoli del borgo e una volta terminata lascia spazio al ballo della “Mammoccia”, un’enorme statua di cartapesta che viene fatta prima danzare e poi data alle fiamme come rito propiziatorio per la fine dell’estate e l’inizio dell’inverno.

Ma Cervara non è solo il luogo che più di altri mi fa ricordare nonna Ada, ma è anche il posto in cui le storie della mia famiglia si sono intrecciate con i vicoli di Cervara. Come il murales realizzato vicino casa forse dedicato alle mie cugine, o le rose che, piantate da nonna, hanno continuato a crescere per anni, nonostante la casa fosse disabitata. Qui ho tenuto in braccio Ninni, il figlio di mia cugina Stefania, qui abbiamo mangiato il risotto con i fegatini di pollo e i ciambelloni preparati da nonna che usava le sue pentole in alluminio.

Cervara è stata il luogo di “raccoglimento” per tutta la famiglia che, da abituata a viaggiare per tutta l’Italia, si ritrovava qui per incontrarsi e per rincontrare le proprie radici. I miei nonni, che lavoravano alle poste,  nel corso della loro lunga vita si sono trasferiti in diversi posti, per poi stanziarsi a Reggio Calabria. Una vita itinerante che forse ha regalato ai figli grande spirito di adattamento e la capacità di sentirsi cittadini del mondo. È qui che zii e cugini si sono ritrovati alla morte di nonna, quando sono partiti da ogni parte d’Italia per porgere l’ultimo saluto ad Ada.

Cervara di Roma, che ha vinto il premio d’oro della rivista “Airone” tra i primi 10 villaggi d’Italia, è uno dei paesi ideali dello stivale. Così chiamata per il gran numero di cervi che un tempo popolava l’area, Cervara di Roma offre una vista splendida sulla valle dell’Aniene. E qui, dove il culto della lentezza è diventato  un modus vivendi, si intrecciano tradizioni, come le feste dedicate a San Rocco, e cultura.

Per secoli, questo piccolo borgo diventato porta d’ingresso per il Parco Naturale Regionale dei Monti Simbruini, ha attirato numerosi artisti da tutta Europa. Come il francese Ernest Hébert che qui ha vissuto durante il XIX secolo, e ha dipinto quadri raffiguranti le donne del posto come Les Cervaroles, esposta al parigino Musée d’Orsay. Oppure Joseph Anton Koch che ha “immortalato” su tela i paesaggi del borgo, e ancora  Bartolomeo Pinelli, Corot, Oscar Kokoschka e Samuel Morse, che ha usato queste parole per descrivere Cervara di Roma: “C’è qualcosa di stranamente maestoso in un luogo come questo. È governato, per la maggior parte, da un silenzio perfetto”.

E qui Ennio Morricone ha composto “Notturno- Passacaglia per Cervara“, una composizione musicale incisa su roccia. L’amministrazione comunale ha così conferito al maestro la cittadinanza onoraria: qualche anno dopo in riferimento all’omaggio, Morricone ha scritto: “Abbiamo trovato un posto dove c’è grande pace, ricerca dell’amicizia, e dove gli animali vivono con noi fra le baite e lungo le strade. In questo bellissimo ambiente ho trovato spesso fonte d’ispirazione per le musiche che ho scritto e che vivono di questa trovata serenità.

Negli anni Ottanta il borgo è diventato il cosiddetto “paese scolpito nella roccia“, grazie all’estro degli allievi dell’Accademia delle Belle Arti di Firenze, che qui hanno lavorato, dipinto e scolpito la roccia, così da creare  un vero e proprio museo a cielo aperto. Lungo la Scalinata della Pace si trovano opere d’arte come sculture raffiguranti animali, immagini femminili, pagine di libri, totem che raffigurano la fratellanza fra popoli. Il premio Nobel Carlo Rubbia ha firmato il manifesto costitutivo del Museo, per i contenuti umanistici e capaci di testimoniare sentimenti di tolleranza verso le diversità altrui. Dal 1991 la Scalinata della Pace è diventata la “Montagna d’Europa” dedicata alla Pace.

Scalino dopo scalino è possibile “perdersi” tra totem, pagine di libri e figure artistiche scolpite nella pietra che dal centro storico del paese sale fino ai resti della Rocca medievale. In una visione unica in cui la pace diventa lo strumento per favorire la fusione tra i popoli così da consolidare la solidarietà e la fratellanza tra i cittadini.

È percorso di arte anche un altro accesso al centro storico e questo grazie alla bellezza della Scalinata degli artisti che se da una parte regala opere d’arte liberamente fruibili, dall’altra è la testimonianza di come la rappresentazione artistica possa inserirsi nell’ambiente urbano e naturalistico circostante. La scala, che parte da piazza Giovanni XXIII, sale fino alla principale Piazza Umberto I. Qui sono impresse opere nate per omaggiare  gli artisti che nell’Ottocento che hanno scelto il panorama di Cervara di Roma come luogo e fonte d’ispirazione. Ecco che tra uno scalino e l’altro è possibile imbattersi tra rappresentazioni che richiamano le opere di Ernest Antoine Hébert, Samuel F.B. Morse, Ludwig Adrian Richter e il celebre poeta spagnolo Raphael Alberti che ha dedicato dei versi poetici al paese. Qui hanno lavorato giovani artisti arrivati da ogni parte del mondo, e gli allievi dell’accademia delle Belle Arti di Firenze.

Il fulcro del borgo è la Rocca, più volte ricostruita, nel 1052 è passata nelle mani del Monastero di Santa Scolastica di Subiaco. È quindi passata sotto il controllo della Santa Sede e quella dei nobili Monaldeschi fino a quando è entrata a far parte dello Stato Pontificio. La Rocca è stata riedificata da Pompeo Colonna, abate di Subiaco, nel 1513.

A pochi passi dalla rocca si trova la chiesa di Maria Santissima della Visitazione. Costruita con le pietre locali, la chiesta è un vero proprio scrigno di tesori.  Qui si trovano infatti un dipinto olio su tela del Seicento di Vincenzo Manenti di Orvinio in cui è rappresentata la Visitazione, e una Madonna del Carmine (dello stesso artista), oltre al corpo di un martire della chiesa donato da Pio VI. Si affaccia sulla valle d’Aniene la chiesa di Santa Maria della Portella, istituita nel 1702 dai padri Gesuiti ma costruita già nel Cinquecento. Nel centro storico si trovano inoltre la Collegiata di Santa Elisabetta e San Felice e la Rocca, il Museo della Montagna: Transumanti e “Pitturi”, l’Osservatorio astronomico. Ma anche la fonte Munistrigliu, unantico lavatoio con adiacenti vasche esterne poco fuori dal centro storico di Cervara di Roma.  In passato era il ritrovo delle donne che qui lavavano i panni. Oggi è la testimonianza delle usanze e delle tradizioni del paese.

Fuori dal centro storico si trova inoltre Prataglia, località situata nel territorio del Parco Naturale Regionale dei Monti Simbruini. Qui si trovano l’Area Faunistica del Cervo e l’osservatorio astronomico “Claudio del Sole”. L’area faunistica, creata nel 2008, è nata  per riportare il cervo locale in via d’estinzione nel territorio del parco. L’osservatorio nasce invece per studiare la rotazione dei pianeti e la vita delle stelle.

Si trova sempre nel Parco Naturale Regionale dei Monti Simbruini la località Campaegli, una delle frazioni più visitate sia in estate che in inverno. Questo anche  grazie anche alle piste da sci di fondo e alle aree attrezzate per il noleggio del materiale. Durante la stagione estiva la zona richiama gli amenti del trekking, dal momento che è ricca di sentieri escursionistici tra prati e boschi di lecci, faggeti e pini.

PS le foto sono dei miei fratelli Emanuela e Flavio e di mia cugina Sandra.

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