La Berlino di David Bowie

Quando penso a David Bowie la prima cosa che mi viene in mente è Heros. E ricordo le volte che mettevo su un suo cd e facevo partire questa canzone. Poi con il tempo è diventata la colonna sonora dei pomeriggi di lavoro. Così  grazie anche all’ascolto di diverse sue canzoni, il Duca bianco è diventato un membro della famiglia, una delle persone da cui mi andavo a rifugiare quando scazzavo a scuola o quando litigavo con qualcuno. Erano suoi gli album che andavo a cercare quando mi sentivo giù, non so perché ma Rebel Rebel era diventata una delle mie canzoni paracadute, ovvero quel pezzo capace di far dimenticare il litigio, lo scazzo, il momento di tristezza e di malinconia.

Ecco perché quando Bowie è morto è stato come perdere un pezzo di storia. Cinque anni fa, quando ancora facevo radio su Radio Barrio, avevo dedicato un’intera puntata a Bowie e al viaggio nella “sua” Berlino. Un episodio nato  per omaggiare l’artista e fare un viaggio nei miei ricordi.

Oggi quando si pensa al soggiorno tedesco del cantante britannico la prima immagine che appare è senza dubbio quella legata a Noi, ragazzi dello Zoo di Berlino, film che, tratto dal romanzo di Christiane F , ha visto la piena partecipazione del cantante nella pellicola, non solo per la colonna sonora, ma anche come attore in una delle scene in cui viene “raccontato” il concerto a Berlino.

Nella città divisa Bowie non solo è riuscito a liberarsi dalle sue dipendenze ma è riuscito a creare quella che viene chiamata trilogia di Berlino, ovvero tre album che sono considerati pilastri portanti della carriera: Low (1977), Heroes (1977) e Lodger (1979).

Il Duca bianco arriva nella città tedesca nel 1976 per disintossicarsi dalla cocaina da cui era diventato dipendente e per registrare un album sotto la direzione di Brian Eno. Passava nella sua abitazione, ubicata al 155 di Hauptstrasse, nel quartiere di Schöneberg, e in compagnia di Iggy Pop suo amico che abitava al quarto piano dello stesso edificio dello studio. Tra una canzone e l’altra, incisa all’Hansa Studios sulla Köthener Strasse 38, vicino a Potsdamer Platz, Bowie si è calato nelle oscure atmosfere della Berlino divisa di quegli anni. La città del muro era il luogo perfetto in cui perdersi e dedicare tempo alla musica e alle amicizie, non a caso Bowie amava frequentare diversi bar e ristoranti, come il Café Neues Ufer, il  club Chez Romy Haag e l’SO36.

Tuttavia il duca bianco prima di trasferirsi in Hauptstrasse ha vissuto qualche giorno allo Schloss Hotel Gerhus, oggi Schlosshotel im Grunewald. Leggenda vuole che il cantante, dopo aver fatto un incidente nel parcheggio della struttura, ha scritto il suo brano Always Crashing in the Same Car?

Oggi il suo passaggio è una traccia labile fatta di una doppia linea di pietre che scorre lungo tutta la città. Come una sorta di cicatrice, la stessa che aleggia tra i cittadini e le vie di Berlino, perchè segue il percorso del Muro. Allora era ancora in piedi e dalle finestre degli studi di produzione Bowie poteva osservare oltre il muro mentre registrava i pezzi dei suoi dischi. In un caldo giorno d’estate aveva chiesto ai presenti di lasciare gli studi, perché voleva scrivere. Da solo. E la leggenda racconta che dalla finestra vide due persone unite da un abbraccio. Da lì è nato il testo di una delle sue canzoni più famose: Heroes. “Stavamo vicino al Muro, e i fucili spararono sopra le nostre teste. E noi ci baciammo, come se niente potesse cadere, e la vergogna stava dall’altra parte. Oh, noi possiamo batterli, per sempre e sempre. For ever, and ever“, scriveva Bowie.

La canzone, registrata tra luglio e agosto del 1977, è uscita come singolo solo a fine settembre come apripista dell’omonimo album. In questa canzone c’è la Berlino di quegli anni, le tensioni della Guerra fredda e del muro, la necessità di accorciare le distanze e di ritrovarsi in un lungo bacio con la cortina a fare da sfondo. Un pezzo in cui il Duca bianco riesce a fondere l’elettronica con il rock, il funk con le sonorità arabe, tanto da creare un nuovo immaginario musicale intriso di cultura pop.

A Berlino Bowie ha messo in un cassetto il “glam rock” e le paillettes di Ziggy Stardust, e grazie a Brian Eno, Iggy Pop, il produttore Tony Visconti e il chitarrista Robert Fripp, ha portato nel panorama musicali i prodromi della new wave.  

Oggi i pavimenti di legno degli Hansa Studios sembrano entrare in netta contrapposizione con la Berlino di oggi. Accanto agli studi si trova la sede della Gazprom, poco lontano Potsdamer Platz, diventata una sorta di crocevia futuribile. All’epoca c’era Berlino Est e Berlino Ovest divise da un muro.

Ed è qui che in piena guerra fredda il Duca bianco è rinato, felice di non essere fermato e riconosciuto per strada come accadeva a Losa Angeles. È stato lo stesso Bowie a parlare della propria esperienza a Berlino che da musicale diventa quasi esistenziale. “Per molti anni, Berlino fu per me una sorta di rifugio e di santuario. E’ stata una delle poche citta’ in cui ho potuto muovermi in un virtuale anonimato. Stavo andando in rovina, Berlino era economica. Per qualche motivo, ai berlinesi semplicemente non importava niente di nulla. Beh, certo non di un cantante rock inglese, perlomeno“.

Per vivere aveva scelto un appartamento nella zona popolare di Schoeneberg. Qui viveva con i numerosi migranti turchi, e forse proprio dai suoni provenienti dalle finestre Bowie è stato influenzato dalle sonorità  “orientali” di canzoni come “The Secret Life of Arabia” e come “Neukoeln“, il cui titolo è stato influenzato dal nome dall’omonimo quartiere berlinese che ancora oggi è uno dei più multiculturali d’Europa.

Accanto al portone di Hauptstrasse 155 c’è un fiore a memoria del passaggio berlinese del Duca bianco. E si trova anche una targa “Qui abitò dal 1976 al 1978 David Bowie. In questo periodo nacquero gli album “Low”, “Heroes” e “Lodger”, entrati nella storia come Trilogia berlinese“.

Una casa che il Duca bianco ha amato, tanto da dedicargli una canzone: Sound&Vision con le parole “Blue, electric blue, that is the color of my room?”. Eppure quando Bowie ha visto per la prima volta l’appartamento al primo piano l’ha odiato e solo in un secondo momento ha imparato ad amarla, anche grazie all’amico Iggy Pop. E proprio con lui andava al “Neues Ufer“, un locale in cui ai tempi di Bowie si chiamava “Anderes Ufer“. Era il primo locale gay-lesbo di Schoeneberg, dove il Duca bianco e Iggy pop  consumavano la colazione, i pranzi e le cene a base di alcol e whisky. Oggi il locale è dedicato a Bowie, qui si possono trovare foto, statue.

Il periodo berlinese è sicuramente contrassegnato da visite ai bar, ai ristoranti, come Chez Romy Haag, club gay nel quartiere Schöneberg. Oggi al suo posto è stato aperto un club sexy shop, il Connection. Sulla Kantstrasse 152 si trovava invece il Paris Bar, il ristorante in cui il Duca bianco si recava quando voleva degustare una buona bistecca con patate. Mentre per andare al Theater am Schiffbauerdamm, dove si esibiva la Berliner Ensemble, la compagnia teatrale fondata da Bertold Brecht e Helene Weigel, Bowie passava dal Checkpoint Charlie.

Bowie ha lasciato Berlino nel 1978, ma non è mai andato via dalla città tedesca. Ne è una testimonianza il video di  “Where Are We Now“, il pezzo che nel 2013 ha segnato il ritorno di David dopo un secolo di assenza dalle scene. Nel video scorrono le immagini della Porta di Brandeburgo, Alexanderplatz, la Siegessaeule, il centro commerciale KaDeWe. Immagini e parole dedicate a Berlino, come la frase  “dovevo prendere il treno da Potsdamer Platz?”, oppure “20 mila persone attraversano la Boesebruecke, incrociando le dita“.

Si tratta di un vero e proprio riferimento al 9 novembre 1989, la data storica del crollo del Muro. Proprio a Boesebrucke, vicino Bornholmer Strasse, si sono ritrovati in 20 mila per correre verso Ovest, poco dopo l’apertura dei varchi.

Negli anni Ottanta, ad appena 10 anni dal periodo Berlinese, Bowie ha poi tenuto un concerto del “Glass Spider Tour“.  Il palco, montato sul retro della Porta di Brandeburgo con il muro a fare da sfondo, ha permesso a Bowie di “incontrare” oltre 140 mila spettatori. Mentre dall’altra parte, migliaia di ragazzi dell’est, che riempivano tutta Unter den Linden, ascoltavano le parole del cantante inglese. E Heroes è stata la canzone capace di unire le due Berlino, anche grazie alle parole del testo, come “and the shame was on the other side“, in cui c’era tutto: la disperazione, la vergogna e la voglia di libertà. Di lì a poco gli spettatori hanno iniziato a urlare contro il muro, a chiedere il suo abbattimento e insieme alle loro urla sono arrivate le manganellate, i lanci di bottiglie contro la polizia. Ormai era chiaro: il vento stava per cambiare.

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