All’ombra della Colonna di Hera Lacinia

C’è un luogo in cui il blu del mare si fonde con l’ocra dei resti di antiche civiltà. Un posto in cui una  colonna si erge sull’azzurro del cielo a testimonianza dei tempi passati e dove un parco fatto di piante e fiori cari alle divinità greche riesce a creare suggestioni indimenticabili.

Si tratta di Capo Colonna, il promontorio a otto chilometri a sud di Crotone in cui l’ultima colonna del tempio dedicato ad Hera Lacinia custodisce la storia e la tradizione delle popolazioni che qui hanno lasciato tracce tangibili. Qui a pochi chilometri dalla città di Pitagora, il promontorio custodisce importanti reperti di origine greca e romana, che oggi si intersecano con la storia e la tradizione della Madonna nera, effigie cara alla popolazione crotonese.

La storia di Capo Colonna si intreccia con quella dei suoi fondatori: i greci. I coloni qui hanno edificato un santuario sul promontorio che ha sempre segnato il confine di navigazione per tutte le civiltà che hanno transitato in questa zona. E leggenda vuole che qui vivesse Lacinio, l’eroe che ha tentato di rubare a Eracle i buoi sottratti al gigante Gerione. Si narra che Eracle ha ucciso Lacinio, e per errore anche il suo ospite Crotone. Eracle ha  quindi ordinato di fondare un santuario dedicato a Hera e Lacinio sul suo promontorio, oltre che una città in onore dell’eroe Crotone.

L’insediamento di Crotone risale l VIII secolo avanti Cristo e nel giro di poco tempo è diventato una delle città più potenti e influenti della Magna Grecia. A sud sul promontorio di Capo Lacinia, luogo sacro al popolo autoctono degli Enotri, è stato edificato il santuario di Hera che è diventato  il più importante tempio di tutto il Sud Italia. Oggi del tempio è rimasta solo una colonna che ha dato il nome all’intera area, anche se in origine si contavano 48 colonne in stile dorico.  La colonna, simbolo dell’area e della provincia, è cara alla popolazione crotonese, perché prima della riqualificazione dell’area e dei problemi idrogeologici che hanno portato l’avvio di studi di fattibilità per consolidare il promontorio, era possibile raggiungere a piedi la colonna e inserire alla base del plinto una moneta. A causa del vento che soffia incessantemente sull’area la moneta si muoveva, regalando stupore e magia.

Il promontorio fino al XVI secolo era chiamato “capo delle Colonne” proprio per la presenza di diverse colonne, usate in un secondo momento come “cava” per la costruzioni cittadine. Sì, perché le pietre del tempio sono state usate per costruire il castello, il porto e i palazzi nobiliari della città di Crotone.

Nel 277 avanti Cristo, con l’arrivo dei Romani e la conquista di Crotone, la quasi totalità della Magna Grecia viene annessa all’impero romano. E il tempio, che ha sempre rivestito grande importanza tra le popolazioni del Mediterraneo,  è stato dedicato a Giunone Lacinia. Accanto alle colonne i romani hanno poi edificato un piccolo centro abitato, fatto di abitazioni civili, ville sontuose, terme.

A seguito della caduta di Roma, il promontorio ha continuato a rivestire grande importanza per la sua posizione strategica, tanto che davanti il tempio sono state combattute epiche battaglie navali tra Longobardi, il Sacro Romano Impero e gli Arabi di Sicilia. Alcuni storici parlano infatti della battaglia avvenuta il 13 o 14 luglio 982, quando davanti il promontorio si sono affrontate le forze dell’imperatore del Sacro Romano Impero Ottone II e i suoi alleati del nord, i Longobardi, contro le truppe di Abū l-Qāsim ʿAlī, Emiro di Sicilia, della dinastia dei Kalbiti.

E mentre il cristianesimo ha iniziato a prendere piede, è stata costruita la chiesa di Santa Maria, mentre un nuovo processo di edificazione ha portato le popolazioni a usare i marmi e le pietre del tempio per costruire edifici religiosi e militari a Crotone e nel resto della Calabria.

La chiesa ospita l’effigie della Madonna di Capo Colonna, famosa per il colore scuro della pelle del ritratto, simile alle immagini conservate a Bologna e a Częstochowa. Secondo la tradizione l’immagine era stata rubata dai pirati Turchi che, non riuscendo a distruggerla con le fiamme e non riuscendo a far muovere la nave, l’hanno gettata in mare. L’immagine è stata poi trovata sulla spiaggia da un pescatore, che l’ha custodita e poi regalata a un convento. Il quadro in stile bizantino è conservato nel Duomo di Crotone, e ogni anno, la terza domenica di maggio si svolge un pellegrinaggio notturno durante il quale l’effigie ritorna al santuario di Capo Colonna.

La visita dell’area parte dal parcheggio, dove un breve sentiero immerso nella macchia mediterranea porta alle mura che circondavano l’area sacra. Una volta oltrepassata la cinta muraria, si incontrano le vecchie “strutture ricettive” del santuario che ospitavano i pellegrini e i soldati che si recavano al tempio per fornire offerte propiziatorie, sacrifici oppure chiedere consulti. L’area ospitava le botteghe e le locande destinate ai viandanti, che provenivano da ogni angolo del Mediterraneo.

Proseguendo verso la punta nord del promontorio  si raggiungono i resti dell’antico abitato romano, dove si distinguono le antiche terme. In direzione della costa si trovano invece la chiesa e la Torre Nao, una delle fortificazioni del sistema delle torri costiere del Regno di Napoli risalente al XVI secolo, e i resti romani che custodiscono ancora oggi reperti di pregio, come la pavimentazione di una Domus romana e i resti di un grande edificio di rappresentanza.

Fuori dal parco archeologico si trova il Museo Archeologico di Capo Colonna che, inaugurato nel 2006, custodisce i principali reperti ritrovati nell’area.  Mentre il faro, fuori dall’area archeologica, indica la strada ai naviganti.

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