Milano, alla scoperta dei Navigli

Nelle ore diurne sono lo sfondo della Milano che “lavora, guadagna, spende e pretende”, mentre al calar della notte diventano il cuore pulsante della movida. Tra caffè, locali e birrerie i Navigli si scrollano di dosso il senso di ansia per il lavoro e si immergono in atmosfere più soft in cui i negozi e i palazzi moderni e liberty a fare da sfondo.

Ecco che il fascino e la storia si fondono e si confondono per regalare un luogo magico. E il merito è proprio dei canali navigabili che attraversa il capoluogo lombardo. Usati in passato per trasportare merci, i Navigli collegavano la città Meneghina con i laghi Maggiore, Como, il fiume Po con la zona del Ticino. Così i canali, cui lo stesso Leonardo da Vinci ha dato grande impulso, se da una parte erano vie d’acqua per le merci, dall’altra erano una risorsa idrica per i campi.

Inizialmente la rete era costituita da nove canali: il Naviglio Grande; il Naviglio Pavese; il Naviglio della Martesana; il Naviglio di Paderno; il Naviglio Bereguardo; il Navigliaccio (o Naviglio Vecchio); la Cerchia dei Navigli; il Naviglio di San Marco; il Naviglio Vallone. Oggi gli ultimi 3 della lista non esistono più e solamente la Darsena di Porta Ticinese (che si è rifatta il look nel 2015 in occasione dell’Expo) è oggi l’unico specchio d’acqua artificiale.

La costruzione dei Navigli è durata circa sette secoli, perchè iniziata nel XII secolo è terminata solo nel XIX secolo. Il primo a nascere è il Naviglio Grande che, nel corso del tempo, acquisisce maggiore importanza, anche grazie al progetto di Leonardo da Vinci, al quale si deve la costruzione del sistema di dighe. Nel 1457 Francesco Sforza, signore di Milano, ordina la creazione di un secondo naviglio (Martesanta), mentre nel 1482 Ludovico il Moro commissiona a Leonardo un sistema per connettere il Lago di Como a Milano.

Con la rivoluzione industriale e la nascita della rete ferroviaria, i canali iniziano a essere poco usati, situazione poi diventata definitiva con la comparsa delle automobili. È solo in questo momento che i Navigli vengono usati come scolo dei reflui delle industrie.

Oggi dell’antica progettazione rimane poco, dal momento che i canali sono stati interranti, mentre in centro rimangono solo il Naviglio Grande e il Naviglio Pavese che, collegati alla Darsena, sono la testimonianza del tempo passato.

Tuttavia il quartiere dei Navigli nel corso dei secoli è riuscito a reinventarsi  e il merito è delle bellezze rimaste e a volte riviste che si snodano lungo l’area. Oggi è possibile “perdersi” lungo corso di Ripa di Porta Ticinese che è stato inserito nella classifica delle 12 strade più belle su cui passeggiare in Europa da parte del  New York Times.

Proseguendo ci si imbatte in un ponte che collega i due versanti del Naviglio Grande. Qui si trova la splendida chiesa di San Cristoforo sul Naviglio (LEGGI).

Mentre il civico 14 dell’Alzaia del Naviglio Grande ospita il vicolo dei lavandai, un vicolo che  prende il nome al lavatoio usato dall’Ottocento fino a metà del Novecento dove gli uomini della Confraternita Lavandai di Milano. Qui tra uno scroscio d’acqua e diverse conversazioni i lavandai si recavano a lavare il bucato delle famiglie ricche della città. La struttura, alimentata dalle acque del Naviglio, da luogo di lavoro nel corso della Seconda Guerra Mondiale ha vissuto una trasformazione sociale, visto che gli uomini sono stati sostituiti dalle donne. Poco dietro il lavatoio si trova una piazzetta che fa da sfondo al vicolo della “sciostra”. È qui che venivano scaricate le merci trasportate con le barche fino alla Darsena.

Dall’altro lato della Darsena, si trova la “Conca del Naviglio”, da cui tra il nome anche la via. Si tratta di una conca di navigazione che, costruita fra il 1151 e il 1558 dalla Veneranda Fabbrica del Duomo, è posta  lungo il Naviglio Vallone (tanto che uno dei suoi altri nomi è proprio “Conca Vallone”). Questa serviva per superare un dislivello di circa due metri che separava la Cerchia dei Navigli e la Darsena.

Proprio quest’ultima è stata riaperta  solo nel 2015 in occasione dell’Expo. Oggi la Darsena di Porta Ticinese da antico porto è diventata un luogo di incontro per i milanesi e per i turisti.

Nei pressi della Darsena si trova Porta Ticinese,  una delle 6 porte principali di Milano. L’arco sorge al centro di piazza XXIV Maggio e un tempo identificava uno dei sei Sestieri storici in cui era divisa la città.

Le vie adiacenti tanto alla Darsena quanto ai Navigli i portoni custodiscono veri e propri luogo storici: le case a ringhiera. Queste, che condividono ballatoio e cortile, sono per il cantautore meneghino Antonio Bozzetti, “casa della solidarietà e dell’accoglienza”.

Nate per soddisfare il fabbisogno abitativo della Milano popolare e operaia, le case di ringhiera  o semplicemente case a ballatoio sono una tipologia di edilizia tipica dei primi anni del ‘900. Nate per far fronte, durante gli anni del boom industriale, all’enorme flusso migratorio proveniente dal Sud, le case di ringhiera sono state abitate dapprima dal ceto operaio e in seguito allo spostamento in periferia o nell’hinterland delle fabbriche e delle persone che in esse lavoravano, dai più poveri ed emarginati della città.

Queste nel corso degli anni hanno attraversato numerose trasformazioni, anche se sono riuscite a conservare  immutato il loro fascino. Sono 70mila le case ballatoio a Milano, ma sono tutte caratterizzate da destini diversi.

I colori predominanti sono due: giallo o rosso. Per quanto riguarda la composizione, le case di ringhiera sono costituite da un minimo di tre piani, a un massimo di sei. Tutte hanno il ballatoio comune che percorre l’intero edificio e su cui si affacciano le porte di ingresso delle singole abitazioni. Il nome “ringhiera” deriva proprio dal parapetto in ferro del ballatoio, dove ancora oggi le famiglie, in assenza di un balcone personale, si contendono lo spazio per stendere i panni.

Originariamente gli appartamenti erano costituiti da  un paio di stanze, e avevano  un’unica esposizione per un totale di 45 – 50 metri quadrati. Mancavano i bagni, anche se i residenti potevano usufruire di un piccolo spazio in fondo alla ballatoio. Spesso nelle abitazioni mancava l’acqua corrente e il luogo di socializzazione, oltre al ballatoio, era l’ampio cortile comune, spesso fatto di ciottoli e  in pietra. Era dunque lo spazio utile per le donne che usavano i lavatoi per le attività domestiche e potevano quindi tenere d’occhio i bambini che giocavano liberamente al riparo dalla strada.

In alcuni casi gli unici servizi igienici dell’edificio potevano trovarsi sempre nella corte interna. Più tardi, con l’aumentare dei redditi e l’arrivo negli anni Sessanta della tecnologia domestica, le chiacchiere delle comari e lo scrociare dell’acqua iniziarono a mescolarsi con il rumore delle lavatrici, delle televisioni e dei primi elettrodomestici.

Era invece il luogo preferito di Leonardo Da Vinci che qui aveva anche dimora (Villa Melzi) il Naviglio della Martesana (anche noto come Naviglio Piccolo). Il canale, che con i suoi 38 chilometri che si snodano fra le cittadine dell’Hinterland, collega Milano con l’Adda. La Martesana attraversa infatti Trezzo sull’Adda, Vaprio d’Adda, Cassano d’Adda, Inzago, Bellinzago Lombardo, Gessate, Gorgonzola, Cassina de’ Pecchi, Cernusco sul Naviglio, Vimodrone e Cologno Monzese.

Una volta arrivato in città rimane all’aperto solo in via Melchiorre Gioia dove torna sotto terra fino ai Bastioni di Porta Nuova e qui prende il nome di Cavo Redefossi. Nei pressi di Porta nuova si trova la Conca dell’Incoronata, ovvero è un’antica conca di navigazione che serviva per superare agevolmente il dislivello tra il Naviglio della Martesana e la Cerchia dei Navigli. Oggi è l’unico resto della Martesana all’interno della cerchia delle mura spagnole di Milano. Il tratto  è stato interrato tra il 1929 e il 1930 contestualmente ai lavori di chiusura della Cerchia dei Navigli. Poco più avanti si trovano le chiuse di Leonardo, i cui lavori sono terminati nella seconda metà del 1400. I barconi trasportavano dalla bergamasca alimenti e materiali da costruzione. Prima di far il loro ingresso in città, e merci venivano tassate al Ponte delle Gabelle.

Declassata a canale irriguo nel 1958, la Martesana è rimasta per lungo tempo abbandonata, fino alla metà degli anni Ottanta l’intero tratto è stato ripulito e riqualificato con la costruzione di  una pista ciclo-pedonale che attraversa il Parco della Martesana passando per Crescenzago e Gorla.

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