La Scarzuola, la “città ideale” di Tomaso Buzzi

Da una parte la conservazione della struttura originaria del 1200, dall’altra la creazione di una città ideale, ispirata alla follia e alla scenografia. È questa la “poetica” della Scarzuola, la costruzione surreale progettata da Tomaso Buzzi, architetto e artista del ‘900, a Montegiove, nel comune di Montegabbione. Qui a due passi dai boschi che hanno fatto dell’Umbria il polmone verde d’Italia si trova questa costruzione “immaginifica” in cui la filosofia, la psicologia, l’arte e l’architettura si confondono e creano in mondo del tutto surreale e neo manieristico.

La visita parte davanti il convento francescano che, costruito nel 1208, deve il suo nome alla pianta palustre  Scarza che san Francesco d’Assisi avrebbe usato per costruire una capanna. L’intero terreno è stato acquistato da Buzzi nel 1956, poi tra il 1958 e il 1978 ha iniziato la costruzione della sua personale macchina teatrale. La Scarzuola, in cui la visita diventa una sorta di viaggio metaforico nell’io interiore, è infatti costituita da “scenografie teatrali” in cui il mistero si lega inesorabilmente alla filosofia. A causa della morte dell’architetto nel 1981 l’opera è rimasta incompiuta, ma il nipote Marco Solari ha continuato la sua costruzione usando i progetti lasciato dall’architetto.

La città, concepita per essere visitata seguendo un “percorso” anti orario, comprende sette teatri, la metafora della vita di qualsiasi individuo, e  ha il suo acme nell’Acropoli. Qui gli edifici rappresentano gli archetipi che possono rivelare diverse prospettive. Il viaggio parte nell’anfiteatro e in particolare sotto la figura scheletrica di Pegaso, passando da terrazzamenti  si inizia dunque a scendere, per poi finire all’interno dell’anfiteatro. Il viaggio prosegue negli altri scenari: il teatro agnostico, il teatro erboso e finisce sotto la torre colonna rotta, dove un asse orizzontale, delimitato a sinistra dal teatro delle api, al centro dal palcoscenico con labirinto musicale, e a destra dalla città Buzziana conduce all’Acropoli.

Qui sul prato verde si trova una nave in tufo. Sembra adagiata e in attesa dei visitatori, al fianco si trova un teatro romano che, con i gradoni degradanti fino al bagnasciuga, conduce lo spettatore davanti alla bocca del proscenio: un enorme mascherone da cui esce dell’acqua.  Questa che viaggia lungo la città ideale si ritrova dall’altro lato della costruzione, quasi volesse far galleggiare la barca e le sua anime.

Per Solari l’unico modo per visitare questo luogo è avviare una profonda riflessione partendo dalle statue e dagli spazi. Solo così ogni visitatore potrà capire quello che lo circonda.  Gli oggetti e gli spazi per Solari non sono come appaiono ma nascono il vero significato, da qui l’importanza della ricerca, per meglio comprendere come gli spazi e le cose siano in realtà.

La stessa torre dell’orologio, che ha le lancette che vanno all’indietro, avvisa che il tempo non esiste. Al contrario esiste il tempo del mito che, nato prima della storia e del suo inizio, accoglie i visitatori in uno spazio sacro: una sorta di dimensione atemporale. Subito dopo si passa vicino ad una statua di donna, con i seni scoperti. È alta e maestosa. È  la Madre Terra.

Mentre le api d’oro, applicate sulla poppa della nave e in diverse parti della città ideale di Buzzi,  ricordano il tema principale dell’architettura. Perché loro, piccole e operaie, sono i primi architetti del mondo e della natura.

Secondo gli studiosi Buzzi si sarebbe ispirato all’ Hypnerotomachia Poliphili di Frate Colonna, alle idee di Borromini e Filarete, ma anche agli scritti di Polinio e Montagna, ma si potrebbe sentire l’eco della filosofia di Jung e la matita di Escher.

 

 

 

 

 

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