E il 2020, l’anno del “tempo sospeso”

Il 2020 è stato l’anno del tempo sospeso, l’anno in cui abbiamo messo in stand-by i nostri viaggi, i nostri progetti, le nostre attività. Mi piace pensare che questo sia servito per “regalare” tempo ai nostri nonni, agli zii, ai genitori e agli amici che hanno patologie e permettere loro di poter sopravvivere nell’anno della pandemia.

Il coronavirus ci ha cambiati, ognuno di noi nei mesi di lockdown si è trovato a fare i conti con la propria vita e forse anche con i propri e demoni. Abbiamo pianto, ci siamo rattristati e ci siamo sentiti atterriti davanti le immagini trasmesse in televisione delle file di carri dell’esercito che portavano via le bare delle persone morte per o con il coronavirus. Abbiamo tremato e abbiamo sorriso sotto la mascherina alle persone ai bambini. Ci siamo dati forza, da lontano e tramite un monitor, che fosse di cellulare o computer poco importa. Ci siamo visti, ma senza poterci toccare, quasi centellinando i contatti. Ma abbiamo resistito e abbiamo scoperto una forza sconosciuta, la stessa che abbiamo usato per stare accanto alle persone che hanno perso un amico, un compagno, un parente. Agli amici rimasti senza cassa integrazione e che non guadagnano un centesimo da tanto, troppo tempo. Alle coppie che hanno rimandato l’acquisto della casa e la voglia di allargare la famiglia.

È stato un anno particolare che tutti ricorderemo, è stato l’anno delle mascherine, degli igienizzanti per le mani, delle file davanti ai supermercati e delle chiusure di bar e ristoranti. Molti non hanno più riaperto.

Ma è stato forse l’anno della riscoperta di una nuova umanità, quella che ha spinto decine e centinaia di volontari a raccogliere cibo e beni di prima necessità da donare alle famiglie bisognose. Le brigate si sono formate in diverse città italiane, da Milano a Roma, per arrivare a Palermo e a Crotone; ogni giorno i volontari hanno raccolto i beni di prima necessità, li hanno suddivisi in buste e bustoni per poi donarli alle persone in difficoltà. E al tempo stesso il 2020 è stato l’anno in cui paradossalmente le “maschere” sono cadute e le persone che erano buono sono rimaste buone, ma quelle cattive sono diventate più perfide.


Ma è stato anche l’anno della rabbia, quella dei commercianti, dei ristoratori dei lavoratori dello spettacolo e delle palestre che hanno subito gravi perdite, quella degli studenti che da marzo ancheggiano tra i computer di casa per la didattica a distanza e le attività in presenza, è stato l’anno delle proteste dopo la morte di George Floyd per mano, anzi ginocchio di un agente di polizia.

Il mio 2020 è iniziato con scene di semi guerriglia urbana nella notte tra il 31 dicembre e il 1 gennaio in centro a Milano. Qui, tra liti, risse e fumogeni gettati per strada, è iniziato questo anno particolare. È poi proseguito con un viaggio di due settimane in Irlanda, proprio mentre il coronavirus aveva iniziato ad affacciarsi in Europa. Mentre lavoravo da Belfast o Derry seguivo i telegiornali nazionali che, se da una parte davano grande risalto a quella che sarebbe diventata in breve tempo una pandemia, dall’altra dedicavano spazio alle elezioni. Le prime elezioni irlandesi dopo la Brexit.   

Il mio 2020 è poi proseguito in casa, come tutti gli italiani, tra pizze fatte in casa, film e serie tv. Durante il periodo del lockdown ho continuato a lavorare, e ho riscoperto due passioni che avevo abbandonato da tempo: il disegno e lo yoga. Ho ricominciato a prendere in mano matite e colori e ho ripreso a fare yoga. Tra un episodio di The Office e Ozark ho dedicato 40 minuti della giornata alle posizioni di equilibrio dello yoga. Spesso cadendo rovinosamente per terra, quando non ero impegnata a fare finta di tagliare i capelli. Anche io durante il lockdown ho “spuntato” le lunghezze, con la consapevolezza che i capelli sarebbero ricresciuti. E ho letto, quanto ho letto… Il 2020 è stato per me l’anno della resistenza, in particolare nei primi giorni di lockdown quando, con piscine chiuse e l’impossibilità di poter camminare, il mio corpo ha iniziato a urlare. I dolori della fibromialgia mi hanno consumato fino a quando ho capito che dovevo fare attività fisica anche tra le 4 mura, seppure colorate, di casa. Da qui l’appuntamento quotidiano con esercizi per tutto il corpo, stretching e yoga.

Il 2020 è stato l’anno dei viaggi lenti, quelli fatti in Italia alla scoperta dei borghi e delle cittadine del nostro belpaese. A giugno abbiamo girato in lungo e in largo l’Umbria, da Perugia, dove avevamo base fino a Spoleto, per poi passare da Narni dalle cascate delle Marmore, dove ci siamo rivisti dopo mesi con mia sorella e il compagno, alla fioritura delle lenticchie a Castelluccio di Norcia. A luglio, approfittando delle ferie di mio fratello a Edolo abbiamo passato un week end tra le montagne dell’Adamello, tra scarpinate al lago di Aviolo e passeggiate nella piccola cittadina. O ancora il viaggio nel gusto dei pecorini e dei vini della Val d’Orcia e della Val di Chiana dove abbiamo girato, visto e gustato decine di prodotti tipici.

In estate, quando l’ombra del coronavirus sembrava ormai lontana, siamo ritornati in Calabria dove tra passeggiate, nuotate a mare e scottature abbiamo potuto riabbracciare i nostri cari. Abbiamo girato, abbiamo scoperto luoghi magnifici forse fermi nel tempo e abbiamo potuto stringere i nostri familiari. Felici di aver potuto passare del tempo con loro. E forse in estate ci siamo resi conto quanto la bellezza per le piccole cose ci abbia salvato durante questo anno. Perché se è vero che da una parte siamo rimasti chiusi in casa a fare i conti con i nostri demoni, dall’altra abbiamo riscoperto la voglia o forse anche la necessità di apprezzare quello che avevamo.

Partendo dai legami. Quello con mio marito, compagno di avventure e di minchiate fatte durante le settimane in casa, quello con mio fratello che a fine anno si è trasferito in un’altra città, o anche solo quello con mia sorella con la quale abbiamo passato ore tra videochiamate e telefonate anche solo per raccontarci che cavolo avevamo mangiato a pranzo. E nei mesi di lockdown ci siamo sentiti vicini anche solo mandandoci cibo e bottiglie di birra a casa. La stessa vicinanza che ho sentito con Jules, Chiara e Carla e il piccolo Nic che vorrei stringere il prima possibile.

Certo nel 2020  una necessità si è fatta largo, quella cioè di sopravvivere alle cazzate delle persone e alle loro continue lamentele, come? Scollegando il cervello, come nell’azione di Facebook “smetti di seguire”. Ecco io ho iniziato a non seguire i discorsi e le frasi di cui sopra.

Ma il 2020 è stato l’anno delle perdite, l’anno in cui mia zia ha lasciato questo mondo dopo mesi di malattia in un letto di ospedale, mentre fuori il virus ricominciava a battere con insistenza sulla porta. E a Roma in una tiepida giornata di ottobre ci siamo rivisti con zii e cugini uniti dal dolore e dal senso di vuoto. Ed è lì che mi si è insinuata quella voglia di abbracci di cui ero rimasta orfana per settimane e mesi. Quella mancanza che ho tentato di colmare con i messaggi, le telefonate e le video chiamate. E sono sicura che prima o poi la pandemia finirà e che torneremo a riabbracciarci e a non sussultare quando in tv e nei film vediamo scene di assembramenti. Questo finirà e noi cambieremo, e il come può essere deciso solo da noi . Solo adesso e solo contando sulle nostre forze e sul senso di comunità. Sperando che la rabbia che accompagna gran parte delle persone possa trasformarsi in qualcosa di diverso, e non nella solita corsa tra le strade e nelle richieste egoistiche di chi vuole continuare a fare il cazzo che vuole.

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