E le attese…

IMG_9997L’attesa è un atto di fede. Si vive sperando e amando. Si vive scommettendo, in palio c’è il futuro”, scrive il collega e amico Massimiliano Palumbo sul suo blog Lens02. Ha ragione l’attesa è un atto di fede, quella fede incondizionata nell’attesa che non ho mai avuto. Perché non sono proprio buona ad aspettare. Aspettare senza sapere è una delle mie più grandi incapacità. Non sono capace di vivere nell’attesa, dove riesco sempre a trovare lo spazio per costruire “castelli” in aria fatti di significati che, puntualmente, dopo due secondi cambio. Per poi riprendere da un punto qualunque, e cercare di correggere il tiro e rendere il mio “castello” ancora più solido.  O almeno così credo. Purtroppo non so aspettare e ad essere sincera non voglio farlo, perché nell’attesa i mostri e le paure si ingigantiscono fino a diventare così enormi da distruggere tutto il castello.DSCF5294L’attesa è per me una stasi. Una pausa dalla realtà, dal tempo e dalla vita. Non sono mai stata una persona paziente, mi sono sempre impuntata per avere quello che volevo nel minor tempo possibile, senza attendere. Eppure a 33 anni mi rendo conto che Massimiliano ha ragione, l’attesa ha un grande potere, quello di rendere esplosivo un momento che si aspetta da tempo. Per lui l’attesa è “il cuore che si accorda in vista del momento decisivo. L’attesa sfida il tempo: inverno, estate, poi di nuovo inverno passando per autunno e primavera. Durante l’attesa si sacrificano tempo e occasioni perché in realtà ciò che conta è l’Occasione, quella che desideriamo da tempo. L’attesa è sorella dell’amore, l’una non esiste senza l’altro. Hanno una cosa in comune: lo spreco. Spesso si attende molto a lungo così come si ama nonostante tutto, quando per cento gesti d’amore la contropartita è solo una immensa mancanza. Ma l’attesa somiglia molto anche ad un’altra sorella, la speranza”.

DSCF5274La speranza di una chiamata, quella da parte della persona che amiamo, o della persona che ci piace; la speranza di aver passato l’esame o ancora di un risultato negativo di un esame medico. E mi rendo conto che l’attesa è un incantesimo, è un tempo fluido incatenato tra le lancette dell’orologio. Ma l’attesa è il tempo non vissuto, è il secondo che attende di essere vissuto. Non amo l’idea dell’attesa forse perché mi sento sempre sul nastro di partenza, pronta a partire ed essere in procinto di vivere.

SDC10620E quando ho atteso con impazienza che le cose cambiassero, anche solo una virgola, mi sono convinta che ci fosse più tempo. Per l’avvenimento che avrebbe potuto cambiare la mia esistenza. In effetti questo è arrivato, ma sinceramente non l’aspettavo. Anzi avrei pagato per rimandarlo di ore e anni. E in quell’occasione ho aspettato. Che il dolore passasse, che la sofferenza venisse lenita, chissà da cosa poi. E ho aspettato, giorni, settimane e mesi. Ed è stata l’attesa a ferirmi, perché in quel caso l’attesa era un modo per rimandare il dolore. Ho cucinato, ho pulito, ho fatto tutto quello che avrei potuto fare per evitare di pensare e rimanere nel dolore. Ma sbagliavo. In quel caso avrei solo dovuto aspettare. Avrei dovuto avere fede e speranza che tutta quella sofferenza prima o poi sarebbe sparita per lasciare spazio all’accettazione. In quel frangente ero intrappolata nel deserto dei tartari, in attesa di un segno. Mi sembrava di essere in perenne attesa del mio Godot, del mio momento di superamento.

L’attesa è stata quindi una camera in cui  rifugiarmi, quella camera segreta in cui mi sono chiusa aspettando che lo spazio vuoto potesse essere riempito. Per poi capire che non si può aspettare chi non può tornare.

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